Avellino sul web, manifesto di una città incazzata (a ragione)

Tante pagine Facebook raccontano la città. Una comunità virale e vitale. E vera.

Il luogo del dibattito si è spostato e risvegliato dal torpore tanti avellinesi. I partiti non se ne sono accorti e continuano a celebrare se stessi in stanze sempre più spoglie.

Avellino.  

 

di Luciano Trapanese

Avellino è una città incazzata. E finalmente. A torto o a ragione, il dibattito più che animato è infuocato. Sul web si commenta – come si dice - “a manetta”. E centinaia di avellinesi si pronunciano su scandalo Acs, l'inazione fotiana, la mezza piazza Libertà, lo sfascio dei partiti (Pd in primis), le maldestre denunce di Festa su assessori prossimi ad essere carbonizzati se non trovano posti di lavoro nelle cooperative, l'azione della procura, i blitz della questura, il clientelismo selvaggio e pezzente, la zona grigia che comanda alla luce del sole.

Basta sfogliare le pagine Facebook di molti gruppi per sentire la voce di una città che è stata per anni intorpidita, silenzioza e passiva. Il vociare sommesso (tipico degli avellinesi), si è trasformato – via internet – in un pesante, costante e ininterrotto atto di accusa contro tutti (e sono tanti), i responsabili dello sfascio. E tra i responsabili anche i mezzi di informazione, un mea culpa che parte da noi ma dovrebbe essere esteso a tutti. La stampa, come l'intera città, ha osservato, raccontato, ma quasi con freddo distacco anni di malgoverno ed evidente malaffare. Intervistato acriticamente chi non aveva nulla da offrire oltre all'esibizione imbarazzante di incomprensibili ambizioni personali. E chi ha criticato – tra i media – non ha fatto altro che partecipare alle stessa giostra, in un paradossale, scontato e inutile gioco delle parti.

Questa stagione sembra al tramonto. Basta sfogliare le pagine di “Non sei irpino se...”, “L'orgoglio di essere avellinese”, “Irpinia paranoica”, “I cittadini in movimento”, “Briganti dell'Irpinia” e “Avellino Comitato città capoluogo”, “Info Irpinia” per avere una lettura critica, non di parte, a volte eccessiva, ma sicuramente non strumentale, di quello che è accaduto e sta accadendo in città. E soprattutto – che è la cosa più interessante –, sono tante le indicazioni che arrivano in rete su quello che si dovrebbe fare per iniziare a cambiare le cose.

E' la rivoluzione del web. Il giornalismo diffuso, non verticale. Ma orizzontale, che pone gli organi di informazione sullo stesso piano dei lettori. In una posizione che annulla quel distacco – amplificato negli anni soprattutto sulla carta stampata – tra chi scrive e chi legge.

Oggi sono i lettori i nostri primi e più stretti collaboratori. Sono loro – e spesso proprio le pagine Fb che abbiamo citato – a fornirci stimoli e informazioni. La nostra elaborazione, le nostre sintesi, gli approfondimenti, sono poi immediatamente al vaglio dei nostri lettori. Che apprezzano, criticano, consigliano altri spunti. Un circolo virtuoso che ha ridato un senso al mestiere di informare. Non nasce per morire su un foglio di carta, ma postato sul web si autoalimenta proprio grazie ai lettori.

E' importante per noi essere parte di questo “universo”. Di questa comunità che discute e fa davvero politica, scontrandosi sulle questioni, a volte con eccessi anche linguistici, ma in modo vitale e virale. Il luogo del dibattito si è spostato, viaggia in rete, e non è virtuale. Ma solido, concreto e non concede sconti a nessuno. Proprio come accade in tante associazioni (soprattutto quelle che non hanno alcun legame con interessi istituzionali o di bottega). Solo i partiti sembrano sordi a tutto questo. I soliti noti si raccolgono nelle solite stanze a scontrarsi per le solite e miserevoli ambizioni personali. Così presi da se stessi da ignorare – inconsapevolmente(?) - il baratro inevitabile che li separa dalla realtà.

I nostri lettori, le pagine che abbiamo citato, e le altre innumerevoli che ci sono sfuggite, e tutti gli altri singoli utenti delle rete e dei social, costituiscono la base sulla quale iniziare a ripensare al futuro. Certo non mancano le visioni contrapposte, e anche gli scambi d'opinione al limite della buona educazione, ma quello che risalta è soprattutto la vitalità del dibattito. Ed è questo quello che conta. Quello che può formare davvero una opinione pubblica non rannicchiata su se stessa e senza padroni e padrini.