di Andrea Fantucchio
Soldi ai padrini in cambio di informazioni top secret. Una squadra di “confidenti particolari” composta dai vertici di camorra, mafia e 'ndrangheta. Fra i boss «selezionati» dai servizi segreti ci sono Cristoforo Cannella, sicario della strage di Paolo Borsellino, lo 'ndranghetista Antonino Pelle e anche Modestino Genovese, capo dell'omonimo clan che fra gli anni '90 e il '2000 ha gestito il controllo di numerose attività criminali fra Avellino e l'hinterland. Un quadro estremamente suggestivo, alimentato dall'eco dei media, sorretto dal coinvolgimento di alcuni protagonisti nel processo sulla trattativa fra Stato e Mafia, ma ora smontato dalla relazione finale dell'attivita' svolta dalla Commissione Bicamerale Antimafia che conferma sostanzialmente quella del comitato parlamentare per la sicurezza pubblica. Stilata al termine di un'indagine nata nell'ottobre 2014 quando il protocollo «Farfalla» e l'operazione «Rientro» avevano conquistato le prime pagine dei media nazionali, facendo ipotizzare l'esistenza di un vasto archivio di documenti segreti composto dalle scottanti rivelazioni delle «gole profonde» della malavita organizzata.
La genesi del protocollo «Farfalla»
Le stragi di mafia che fra il 1992 e il 1993 sono solo un lontano ricordo. I vertici mafiosi sono quasi tutti latitanti: dei fantasmi che continuano a muovere le fila nascosti nell'ombra. E' questo il clima che si respira in Italia quando nel 2004 nasce l'idea di raccogliere informazioni dai detenuti «abbandonati dalle organizzazioni criminali» in cambio di vantaggi per i collaboratori e i parenti. Un'iniziativa gestita dal Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) con la collaborazione del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria). L'intelligence promette «massima riservatezza» alla fonte e «protezione» da eventuali ritorsioni. In un documento del maggio 2004 vengono così individuati i vertici di Cosa Nostra Cristoforo «Fifetto» Cannella, condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, Salvatore Rinella, i boss di Caccamo, Vincenzo Buccafusca e il catanese Giuseppe Di Giacomo; ai quali si aggiungono lo 'ndranghetista Angelo Antonio Pelle, Massaro e proprio Modestino Genovese.
Perché il progetto fallisce
Ma la farfalla non spiccherà mai il volo. Trattare con i carcerati si rivela un'impresa proibitiva. I colloqui non vanno a buon fine. Viene prodotta una sola nota, riservata, relativa a un omicidio di lupara bianca. Si rivela infondata, del «tutto inutile ai fini investigativi». Così come l'intera operazione: un buco nell'acqua. Secondo la relazione del comitato parlamentare alla base del fallimento c'è l'incapacità del personale Dap. I funzionari non hanno “una formazione adeguata” per trattare con criminali di simile spessore. Comunque sia andata, i boss individuati non sono mai diventati informatori del Sisde.
L'indagine del comitato di sicurezza conferma quanto emerso dalla sentenza di primo grado del processo sulla trattativa fra Stato e Mafia: una prassi consolidata dei vertici dei servizi segreti ad agire senza informare i Ministeri competenti. Anche nel caso del «protocollo farfalla» i rapporti fra i protagonisti dell'operazione erano in larga parte informali. A partire dai vertici: il generale Mario Mori, numero uno del Sisde, aveva infatti già lavorato alla Procura di Caltanissetta con il capo di allora del Dap, Giovanni Tinebra, e con il dirigente dell'ufficio ispettivo dello stesso ente, Salvatore Leopardi. Un rapporto di amicizia che si traduce anche in una «straordinaria fluidità operativa», ai limiti della superficialità: nessuna relazione scritta, solo pochi e vaghi righi di appunti redatti di tanto in tanto. Nessun documento prodotto dal Dap. Sono andati distrutti? La domanda resta «appesa» nella relazione del comitato parlamentare che si trova ad affrontare un'impresa di «ricostruzione» ardua alla luce dei pochissimi documenti a disposizione. L'indagine si affida principalmente alle audizioni di «persone informate dei fatti» e deposizioni di agenti che si sono occupati di inchieste parallele.
Alcune contraddizioni
E nelle dichiarazioni qualche contraddizione emerge. Tinebra sull'operazione Farfalla dice «non so e non sapevo», aggiungendo «le relazioni con i Servizi venivano curate e gestite dagli addetti ai servizi di polizia giudiziaria». Una versione diversa la rende proprio il responsabile dell'ufficio ispettivo Leopardi che conferma di aver informato il direttore Dap sul progetto. Ma aggiunge di «non aver mai avuto alcun documento sull'operazione né di averne prodotto» poiché non aveva ricevuto disposizioni in merito. «Si tratta – aggiunge - di un'operazione ideata dal Servizio che non ha mai avuto concreta attuazione». Il successore di Leopardi, Francesco Cascini, spiega che esistevano «gruppi direttamente dipendenti dall'ufficio ispettivo, dislocati in tutta Italia presso i provveditorati». Il loro compito era raccogliere informazioni su detenuti sottoposti al 41 bis. Una scelta nata «in accordo con la procura antimafia». Il dirigente non nasconde i suoi dubbi. Parla di uffici, come a Napoli, dove «nonostante un consistente numero di personale impiegato non c'erano detenuti al 41 bis».
Un quadro nebuloso
L'operazione «Rientro» si sviluppa fra il 2005 e il 2006. Questa volta a proporre ai servizi segreti la collaborazione è un nome di spicco della nuova camorra organizzata, Antonio Cutolo. Detenuto nel carcere di Sulmona, offre i «suoi servizi» per rintracciare il super latitante, Eduardo Contini. Anche in questo caso i contatti erano stati tenuti dal Dap con la supervisione del Sisde. Ma tutto si arena per l'inattendibilità di Cutolo. Poi denunciato per le sue dichiarazioni sul padre di un agente di polizia che avrebbe ospitato più volte Contini. Un altro buco nell'acqua. Anche in questo caso molti dei rapporti fra Sisde e Dap sono gestiti «in modo informale». Un quadro che finisce per gettare ulteriori ombre su un periodo storico che risentiva ancora dell'eco delle stragi di mafia e soprattutto del timore che potessero ripetersi. Tanto da spingere i servizi segreti a muoversi su un confine sottile dove le norme venivano spesso aggirate. Questo è quanto sostengono i membri del comitato parlamentare per la sicurezza che nelle note conclusive della relazione affermano «se dal punto di vista giudiziario l'operazione farfalla non ha condotto ad alcuna condanna né sanzione... i protagonisti avevano ricostruito un gruppo di lavoro che operava con modalità di funzionamento che sfuggivano alle norme e che tutt'ora rimangono sconosciute anche a causa dei “non so”, “non mi ricordo” e “nulla di scritto”».
