Sesso a pagamento nel centro massaggi: per il tribunale il fatto non sussiste

Assolti i titolari accusati di aver gestito una casa di prostituzione

sesso a pagamento nel centro massaggi per il tribunale il fatto non sussiste
Avellino.  

Si chiude con un’assoluzione il procedimento a carico di due cittadini cinesi, una donna di 29 anni e un uomo di 51, accusati di aver gestito una casa di prostituzione all’interno di un centro massaggi a Solofra, in provincia di Avellino.

Il Tribunale di Avellino, in composizione monocratica, ha pronunciato la sentenza con la formula “perché il fatto non sussiste”. La decisione è stata emessa il 9 ottobre 2026 dal giudice Pierpaolo Calabrese, con contestuale deposito del provvedimento.

Le indagini nell’ottobre 2024

I due imputati erano accusati, in concorso, di aver esercitato un’attività di casa di prostituzione dietro la copertura di un centro massaggi. Secondo il capo d’imputazione, la donna, insieme a un’altra persona rimasta non identificata, avrebbe offerto prestazioni sessuali a pagamento, per un corrispettivo di 100 euro.

I fatti contestati risalgono al 14 e 15 ottobre 2024, quando i carabinieri avrebbero osservato un frequente passaggio di persone nello stabile. Secondo la ricostruzione investigativa, i clienti contattavano telefonicamente il centro prima di raggiungerlo, venivano accompagnati all’interno e si trattenevano per un periodo relativamente breve, in alcuni casi uscendo da una porta diversa da quella d’ingresso.

Elementi che avevano portato la Procura a ipotizzare l’esistenza di un’attività di prostituzione organizzata all’interno della struttura.

La difesa: nessuna prova del coinvolgimento dell’uomo

Nel corso del processo, l’avvocato Michele Scibelli, difensore di entrambi gli imputati, ha contestato la solidità del quadro accusatorio, evidenziando l’assenza di elementi sufficienti a dimostrare una gestione organizzata dell’attività e il concorso dell’uomo nei fatti contestati.

Secondo la difesa, non sarebbero emerse prove certe della presenza contemporanea di più donne dedite alla prostituzione, né dell’esistenza di turni o di più stanze utilizzate parallelamente per le prestazioni.

I clienti ascoltati in aula avrebbero inoltre riconosciuto, nelle fotografie degli annunci, la donna che li aveva accolti nel centro e con la quale avevano avuto rapporti a pagamento.

Quanto alla posizione del coimputato, il legale ha sottolineato che nessuno dei testimoni avrebbe riferito di averlo contattato per fissare gli appuntamenti o di aver avuto con lui rapporti durante le fasi di accordo e di svolgimento delle prestazioni. Le telefonate ricostruite nel corso dell’istruttoria, secondo la difesa, sarebbero state tutte gestite da una voce femminile, verosimilmente riconducibile alla donna.

Il nodo della rilevanza penale

Un ulteriore punto centrale della discussione ha riguardato la qualificazione giuridica della condotta attribuita alla donna. La difesa ha sostenuto che gli elementi raccolti, anche nella loro interpretazione più sfavorevole agli imputati, sarebbero stati al più indicativi dell’esercizio individuale della prostituzione, condotta che, secondo la normativa vigente, non costituisce di per sé reato.

La sentenza di assoluzione chiude il procedimento di primo grado con la formula «perché il fatto non sussiste». Le motivazioni, attese entro trenta giorni, chiariranno il percorso seguito dal giudice nella valutazione delle contestazioni e degli elementi acquisiti durante il processo.