In lutto il borgo antico della Guardia, cuore pulsante del centro storico, per la morte all'età di 90 anni di Oto Ciasullo. Nato ad Ariano Irpino, il sette dicembre 1924 sposato, sei figli, viveva in un vicoletto di via Vitale con la sua dolce moglie. Era il 23 agosto del 1943, quando fresco di nozze, fu chiamato alle armi come soldato di leva. Quindici giorni dopo, l’otto settembre, con la firma dell’armistizio che segnava la fine, della guerra, la fuga dall’Italia del re, mentre l’esercito era allo sbando, venne fatto prigioniero in zona nord Bressanone e da qui deportato in un campo di concentramento in Germania, il numero 17002, forse Bargen. Dopo due anni di stenti, privazioni e lontananza, il sette agosto del 1945, sconfitti i tedeschi e finita la guerra, fu rimpatriato. Quindici anni dopo e precisamente il 29 maggio 1960, con determinazione del Comiliter di Napoli numero 69577 gli fu conferita la croce al merito per internamento in Germania. Raffaele Ciasullo, suo figlio volle rendergli onore negli anni scorsi, aveva scritto una lettera garbata all’ex prefetto di Avellino Ennio Blasco. “Ritengo quella di mio padre, essere una comune storia personale condivisa con altri arianesi e italiani, pochi ancora viventi e molti nel frattempo purtroppo deceduti. Non veder comparire, tra gli “insigniti al merito,” il suo nome e quello degli altri mancanti, genera in me, per l’educazione ricevuta e formazione, una profonda amarezza.”Ma la comunicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a firma dell’ammiraglio di squadra Alessandro Picchio, tre mesi dopo, riportò la gioia negli occhi di Raffaele Ciasullo. Il sacrificio di suo padre Oto, non restò vano. Il 27 gennaio 2012, “Giornata della Memoria,” ricevette in prefettura ad Avellino, la medaglia d’onore che viene concessa a tutti i cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti. Eroi come Oto, hanno rappresentato la storia buia e triste di quegli anni di orrore incancellabili. Uomini che non dovranno mai essere dimenticati, le loro storie vanno raccontate anche dopo la morte alle nuove generazioni, per far memoria.
La lettera commovente di Roberto Sicuranza, nipote di Oto: Mi ha colpito il bel pensiero che ha scritto Giovanni Montebello: "Difindeva lu disgraziato e lu puviriello. Nu gran papà, nu grand' omo, a l'ingiustizia nunn' eva mai domo". Mi è subito tornata alla mente una vecchia foto di te in mezzo alla gente. La riguardo e penso che non eravamo pronti a salutarti, non lo eravamo perché ti vedevamo come un figura inossidabile e onnipresente, un faro, un riferimento nonostante la tua veneranda età. Un uomo buono, un nonno dolce che solo ad incontrarlo per strada durante le sue passeggiate, ti metteva di buon umore col suo sorriso. Il tuo sano equilibrio l'ho sempre invidiato, perché così ci si nasce. Cosa sia l'umiltà l'ho compreso dal tuo modo di vivere, cosa sia la semplicità dal tuo modo di essere. L'amore e il rispetto che anche la gente ti ha dimostrato nel giorno del tuo funerale sono per me conferma di che persona speciale sei stata e tanto basta a rendermi orgoglioso di essere tuo nipote. Certo ci mancherai, tanto, a la Uàrdia resta un posto vuoto troppo grande senza di te, ma nel cuore rimane tutto quanto di bello hai fatto per noi, in giro invece resteranno tutti gli innumerevoli sgabelli e scànnuli che le tue manone hanno preparato a chiunque ti chiedesse: Zì Utì mi lu fa pur' a me? Dinamico e attivo fino a poche ore prima dalla tua scomparsa ci hai lasciati in un attimo, forse perché ormai ci avevi dato tutto quello che bastava a conservare un grande ricordo di te! Con te se n'è andato un pezzo di storia della nostra famiglia, piango la tua scomparsa, ma sorrido ad ogni ricordo che ho di te ciao nonno Otino, amico di tutti, ti voglio bene.
Gianni Vigoroso
