Provincia, voto monco e democrazia ferita... tra tanti complici silenzi

Elezioni senza Avellino e Ariano: scelta formalmente legittima ma politicamente grave

provincia voto monco e democrazia ferita tra tanti complici silenzi

Il presidente Buonopane indice il voto nei tempi di legge ma fuori dai tempi della rappresentanza. Esclusi i due comuni più pesanti, si apre un caso politico e democratico che investe il Pd e l’intero sistema istituzionale locale

Avellino.  

l paradosso della legalità senza rappresentanza. C’è una linea sottile, ma decisiva, tra ciò che è legittimo e ciò che è giusto. La scelta del presidente Rizieri Buonopane di indire le elezioni provinciali per il 6 giugno si colloca esattamente su quella linea. Formalmente inattaccabile. Politicamente devastante. La legge Delrio non lascia molti margini interpretativi sui tempi. Il mandato scade l’11 giugno e le elezioni vanno convocate entro quella finestra. Ma la stessa normativa non impone una data cieca rispetto al contesto istituzionale. Ed è qui che si consuma lo strappo. Convocare il voto mentre Avellino e Ariano Irpino sono impegnate nelle amministrative significa escludere dal corpo elettorale i due comuni con il peso ponderato più alto. Non è un dettaglio tecnico. È la sostanza stessa della rappresentanza.

Uno sgarbo istituzionale senza precedenti recenti

Le parole di Marcantonio Spera, sindaco di Grottaminarda nonché consigliere provinciale, non sono semplicemente uno sfogo politico. Sono la fotografia di un cortocircuito istituzionale. Parlare di “sgarbo” è persino riduttivo. Perché qui non si tratta solo di una scelta discutibile. Si tratta di una decisione che altera l’equilibrio democratico di un’elezione di secondo livello, già fragile per natura. Le Province, svuotate dal voto diretto dei cittadini, vivono sulla legittimazione indiretta di sindaci e consiglieri. Se si comprimono anche questi, il risultato è un organismo politicamente zoppo. E il precedente pesa. Avellino era già stata esclusa dal rinnovo del consiglio provinciale di marzo. Oggi si replica, aggravando il quadro. Non più un episodio, ma una linea.

Il sospetto politico che nessuno riesce a ignorare

È qui che la vicenda smette di essere tecnica e diventa politica. Il sospetto evocato apertamente da Spera è quello che aleggia in ogni discussione: calcolo elettorale. Il voto ponderato previsto dalla legge assegna un peso maggiore ai rappresentanti dei comuni più popolosi. Escludere Avellino e Ariano Irpino significa riscrivere, di fatto, gli equilibri della competizione. Significa decidere chi pesa e chi no. E se una scelta del genere arriva da un esponente del Partito Democratico, forza di maggioranza sul territorio, il danno raddoppia. Perché colpisce la credibilità interna prima ancora che quella istituzionale. Il rischio evocato è concreto: compromettere definitivamente qualsiasi progetto di “campo largo” in provincia. Non per divergenze politiche, ma per una gestione del potere percepita come autoreferenziale.

Una crisi che va oltre Avellino

La questione non può restare confinata nei confini irpini. Quando si altera, anche solo nella percezione, il principio di rappresentanza, il problema diventa nazionale. Le elezioni provinciali sono già segnate da un deficit democratico strutturale: votano amministratori e non cittadini. In questo contesto, ogni forzatura procedurale pesa il doppio. E alimenta quel distacco dalla politica che tutti, a parole, dicono di voler combattere. Il risultato è paradossale. Un’elezione formalmente regolare che rischia di produrre un presidente politicamente debole. Un vertice istituzionale legittimo sulla carta ma fragile nei fatti. Ed è proprio questa la responsabilità più grave di chi governa: non limitarsi a rispettare le regole, ma garantire che quelle regole producano rappresentanza vera. Nel caso di Rizieri Buonopane, oggi, questa distanza appare evidente. E difficilmente potrà essere colmata dopo il voto.