Il Pastore Evangelico Cesare Turco al fianco dei detenuti

Scontare la pena con il conforto della fede

Celebrato il primo culto nel carcere di Benevento...

Benevento.  


Scontare la pena con il conforto della fede, nell’ottica della riabilitazione per il reinserimento nella società, è quello che fa quasi tutti i giorni la Chiesa con il Pastore Evangelico Cesare Turco e i suoi collaboratori nelle carceri.

Celebrato il primo culto nel carcere di Benevento, in due riunioni  tenutesi davanti a decine di detenuti e agenti penitenziari dell’alta sicurezza rinchiusi in vari reparti del carcere. Alcuni detenuti provenienti dal carcere di Santa Maria Capua Vetere  e trasferiti in quello beneventano, hanno testimoniato come il Vangelo abbia cambiato la loro vita e come quest’esperienza a reso sopportabile la propria detenzione creando serenità nel loro cuore e in quello delle loro famiglie. Durante il corso della riunione, il pastore Turco predicando il messaggio biblico, ha risaltando l’importanza di Cristo nel cuore dell’uomo, che a cambia pensieri sentimenti e comportamenti di quanti glielo permettono.

La direzione del carcere Beneventano è molto aperta alle innovazioni progettuale che hanno il fine di contribuire esclusivamente al reinserimento del detenuto nella società civile. Il Pastore Cesare Turco ribadisce che, chi ha commesso un crimine è condannato a scontare la propria pena con la privazione della libertà, e non la perdita della dignità. Come essere umani, abbiamo il dovere di trovare il “proprio spazio” per esercitare la carità, il comandamento dell’Amore. Cristo dice: “Ero carcerato e sei venuto a visitarmi”(Mt.25,36), chiedendo così di essere incontrato nei carcerati, come in tante altre persone toccate dalle varie forme della sofferenza umana “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”(Mt.25,40);

"I carcerati sono una categoria di persone misconosciuta, incompresa, travolta dal proprio destino, che non ha portavoce perché suscita più scandalo che compassione. Eppure vuole riscattarsi e sporge le braccia dalle sbarre in richiesta di aiuto. Le sbarre sono legali, il compito della chiesa non è quello di infrangere, fare uscire, ma è quello di andare -gli altri- dietro le sbarre e annuncirgli il messaggio biblico che nella sua globalità, se viene ricevuto nel cuore, produce sentimenti divini. Il pastore Turco considera i carcerati pecore che languono fra le spine, ed afferma con determinazione che, è lecito lasciare il resto del gregge, che non rischia allo stesso modo. Credo, afferma il pastore, che c’è un modo di sporgere le braccia da dietro le sbarre che è estraneo alla richiesta umile e consapevole, fa capo a una situazione oggettiva di miseria e abbrutimento. Essa è di per se sufficiente ad attrarre la simpatia e l’intervento degli altri, perché rappresenta una detrazione della dignità umana e reclama una compensazione. La consapevolezza del carcere, l’impegno per il carcere è più che mai una testimonianza cristiana e merita il suo spazio di carità."

Redazione Bn