Quell'incidente che mi ha strappato papà

Mi sono svegliato in ospedale. Mamma ha detto: papà non c'è più.

Ero un ragazzo ribelle. E odiavo mia madre: l'ho vista con un altro uomo. Avevo un solo riferimento: papà. Ma il destino lo ha portato via. Ho reagito così...

Benevento.  

Marco vorrebbe dimenticare quella notte del 24 agosto. La notte in cui la sua vita è cambiata. La notte che ritorna in tutti i suoi incubi. Piange mentre racconta. E’ difficile raccontare tutto. Ogni tanto si ferma e asciuga le lacrime con il dorso della mano. Dopo quattro anni, il dolore non va via.

«Ero il classico adolescente ribelle, non seguivo le regole e marinavo la scuola». Marco inizia a parlare. Ha 20 anni, è di Benevento. Oggi frequenta l’università di Scienze Biologiche con discreti risultati.

Non gli piaceva studiare. La sua ora preferita era educazione fisica, perché usciva fuori e fumava una sigaretta. Era l’unica materia in cui aveva otto.

Gli altri professori hanno sempre voluto bocciarlo. «Ero l’erba cattiva nella mia classe, anche i miei compagni non mi sopportavano.» Marco racconta che era un bulletto che se la prendeva con i deboli. Rubava i soldi dallo zaino del suo compagno di banco e lo minacciava per poter copiare i compiti in classe. «Una volta mi sorpreso a fare a botte con un bidello perché stavo fumando in bagno. Mi sospesero per un mese.»

Per lui era un’ingiustizia. Un’ingiustizia imperdonabile. Nessuno si poteva permettere di dirgli cosa doveva fare. Non prendeva ordini da nessuno. Mamma inclusa. Non la sopportava. Più cresceva e più non la considerava tale.

«Io e mia madre non abbiamo mai avuto un bel rapporto. La colpa la darei ai nostri caratteri. Così diversi, incompatibili. Ma anche a quello che ha fatto a mio padre Francesco», afferma Marco.

A soli quattordici anni, scopre che la mamma tradisce il padre con il vicino di casa. Rimane scosso. Incredulo. Era solo un bambino, non doveva vedere certe cose.

«Li scoprii che si baciavano sotto il portone di casa mentre papà era a lavoro. La rabbia si impadronì di me.» Dichiara con durezza Marco. Voleva quasi uccidere quell’uomo. Era impossibile che un altro toccasse sua madre.

Settimane a piangere. Sua madre era davvero quel tipo di donna che tradisce il marito senza scrupoli? A quanto pare si. Ma non poteva distruggere la sua famiglia. Una notizia del genere avrebbe ucciso suo padre.

«Decisi di portare quel segreto con me fino al giorno della mia morte perché papà non si meritava quel dolore. Ma da allora odiai profondamente mia madre senza mai confessarle il perché.»

Sono parole piene di risentimento. Si sentiva nel mezzo, senza quasi prendere una decisione. Ma voleva proteggere suo padre.

Francesco e Marco avevano una bella sintonia. La mattina prendevano assieme il pullman per andare rispettivamente in ufficio e a scuola e il sabato pomeriggio lo dedicavano a loro. Capitava che era una pizza e film o una partita di calcio. L’importante era avere un giorno per loro.

Quando giocavano a pallone si sentivano due bambini. Tante risate e consigli paterni.

«Era il mio giorno della settimana preferito perché parlare con lui mi rilassava e non mi sentivo il coglione di sempre. Mi sentivo un uomo - afferma Marco -. Era l’unica persona che riusciva a leggermi dentro.»

Insomma era se stesso con Francesco. Lo difendeva sempre quando c’erano discussioni con la mamma. Oppure quando aveva problemi con gli insegnanti, lui aveva sempre una parola buona per il figlio.

Ma tutto finì quella sera del 24 agosto. Erano le 2.30 e Francesco era andato a prendere Marco a una festa di diciotto anni. Erano sintonizzati su Radio KissKiss e sentivano “A te” di Jovanotti. Marco raccontava del più e del meno di come era andava la serata. Una semplice festa.

«Ricordo che mi stava chiedendo del ristorante quando a un certo punto sbucò un furgone bianco di fronte a noi e ci colpì in pieno».

Spiega con gli occhi lucidi.

«L’unica cosa che ricordo erano le luci del furgone puntate contro di noi.»

Il giorno dopo Marco si sveglia nel letto di ospedale Fatebenefratelli di Benevento. La madre vicino a lui gli spiega della sera prima e gli dà una notizia che cambierà la sua vita. «Tuo padre è morto sul colpo, tesoro. Mi dispiace tanto.»

Non ci crede. Inizia a urlare e a chiamare il nome del suo papà. Ma non può rispondere, non risponderà più. Pensa che ormai non ha più senso andare avanti. L’unica persona di cui si fidava è morta. Fu così che se ne andò di casa e decise di rompere i ponti con la mamma.

«Dopo la morte di papà, odiai ancora di più quella donna. Le raccontai anche che sapevo dei suoi tradimenti e che era per questo che non l’amavo.»

Da lì decise di costruire una vita tutta sua. Iniziò a studiare e coltivò la sua passione per il calcio. Voleva che Francesco lo guardasse da lassù con orgoglio.

«Oggi mi impegno in tutto quello che faccio: sogno di diventare un biologo. Mi auguro di rivederlo – prima o poi - e giocare con lui a pallone come due deficienti.» Conclude il suo racconto così. Con una speranza e la determinazione ad andare avanti. Per se stesso, certo. Ma anche per quel padre che ora non c'è più.

Alessia Dello Iacono

(studentessa del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)