E' una lunga riflessione quella che verga l'avvocato Giuseppe Maturo in vista della Pasqua e in un momento tanto drammatico. La pubblichiamo integralmente.
"Solo oggi, ho letto un articolo a firma di Monsignor Pasquale Maria Mainolfi di qualche giorno fa ed ho letto la risposta del Dott. Roberto Costanzo.
Non posso e non voglio negare che lo scritto (per quanto non intriso di citazioni e richiami dottrinali!) che più mi ha affascinato e che mi ha fatto vibrare prepotentemente le corde del cuore è stato quello del Dott. Roberto Costanzo che, muovendo dalle sue esperienze e dalla sua memoria storica, ha voluto chiarire alcuni aspetti dei pensieri e delle meditazioni che Mons. Pasquale Maria Mainolfi aveva esternato nel suo articolo. Le dotte citazioni, i richiami ai personaggi di grande fede e santificati dalla storia hanno riempito per la maggior parte lo scritto del prelato! Ma, la risposta che il Dott. Costanzo dà alle riflessioni di Mons. Mainolfi è sicuramente più vicina a tutti noi in questo momento particolare della nostra vita!
Ritengo che in questi giorni in cui la disperazione, il dolore, l’angoscia e l’ansia sono padroni della nostra esistenza, occorre guardare al Cristo - Uomo, a colui il quale è pronto al sacrificio totale di se stesso per la salvezza di tutti gli esseri umani.
A mio modesto avviso, non si può guardare al Cristo e all’Eucarestia in funzione esclusivamente teologica, intesa solo come momento di simbiosi con il Padre Celeste!
Dobbiamo relazionarci con il Gesù – Uomo, intriso delle sue debolezze, delle sue paure; dobbiamo gridare come Lui, a gran voce, verso il Padre Nostro che sta nei cieli: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”
Sono questi momenti intensamente umani dell’Essere Divino per eccellenza che ci devono sostenere, proprio quando il dolore raggiunge le soglie più alte e insostenibili!
E’ nel suo grido disperato che noi, poveri esseri umani, certamente non divini come Lui, avvertiamo la grande umanità del Cristo ed è in questi momenti che ci rendiamo conto di non essere mai soli perché anche lui, proprio Lui, mai come nessun essere umano ha avvertito la solitudine e si è lasciato andare alla paura della morte. Ciò che conta, come ha scritto il Dott. Roberto Costanzo, non è l’Eucarestia, intesa come elemento materiale che ci salva, ma è la presenza costante, nei nostri cuori della sua figura, di Colui che è pronto a materializzarsi in noi in ogni momento triste del nostro passaggio terreno. Almeno per quanto mi riguarda (ma ciò non significa che io non sia credente o voglia essere blasfemo o, ancor peggio, empio!), in questi particolari giorni, conta poco assumere l’Eucarestia! Ritengo importante, in questi momenti, avvertire la presenza del Figlio del Uomo dentro di noi!
Lessi in uno straordinario quanto intenso scritto di un anonimo brasiliano quanto segue:
“ …. Ed il Signore rispose:
"Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato
con te durante tutto il tuo cammino
e che non ti avrei lasciato solo
neppure un attimo,
e non ti ho lasciato…
i giorni in cui tu hai visto solo un'orma
sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio …”
Le citazione anche dottrinali servono a poco all’uomo disperato di questi giorni tristi, dove il dolore regna incontrastato nelle nostre vite! Ciò che conta, in certi frangenti della nostra esistenza, è la certezza che Cristo c’è, che Egli è al nostro fianco e percorre la strada unitamente ai suoi figli.
Il Manzoni, in una delle sue più grandi opere “I promessi Sposi” (quante analogie con l’epoca che stiamo vivendo, quante similitudini!) si spinge a dire che il Dio non è statico, frutto di pensiero, come sosteneva Aristotele, ma è un Dio dinamico che … “V’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare e, nello stesso tempo v’attira” (l’Innominato dinanzi al Cardinale Borromeo). Un Dio “altissimo e dolcissimo” che vuole condurre i suoi figli alla gioia eterna. Questo è il vero Cristo: Colui che “…maltrattato, si lasciò umiliare e non apri la sua bocca; … era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca (Isaia, 53)”.
Questo è il Cristo molto più vicino agli uomini, l’Uomo sofferente disposto alla morte pur di salvare le sue creature!
E poco conta se pochi comprendono questo suo illuminato, immenso, grandioso messaggio!
Non si può pensare, non me ne voglia Mons. Mainolfi, che solo attraverso l’Eucarestia si percorre la strada della Redenzione e del rapporto con Cristo!
Cristo ci ha lasciato un messaggio: attraverso il dolore e la sofferenza l’uomo si avvicina a Lui, lo abbraccia, come faceva San Francesco con l’immagine lignea bizantina della piccola chiesa di San Damiano; lo sente parte di se stesso, perché comprende che Lui si è immolato per tutti!
Estrapolare le grandi citazioni dei grandi Santi e grandi personaggi della Chiesa cattolica e non contestualizzarli, a parere di chi scrive, significa non considerare la figura di Cristo nella sua interezza.
Così come citare Leopardi quale massimo esempio di nichilismo, di poeta infelice e pessimista (sono sicuro che il grande poeta lo perdonerà per quello che ha scritto!) solo per sostenere le proprie tesi, è compito ardito!
Uno scrittore dei nostri giorni, Alessandro D’Avenia, stimolato su certi argomenti così risponde: “ … Intanto Leopardi non è il simbolo del laicismo, ma della laicità. È un uomo che ha approfondito fino in fondo tutti i campi del sapere alla ricerca della verità. Questo riguarda ogni uomo, credente o no che sia. Io in Leopardi ho trovato un gradino fortissimo, direi granitico, di questa ricerca. Lui, come nel mondo greco, è convinto di un fatto: che la bellezza sia sempre la manifestazione del vero e del buono messi insieme e che bisogna indagare per andare a capire quali sono questo vero e questo buono. Tanto che con il cuore Leopardi percepisce che c’è questa bellezza, la vuole afferrare, poi con la testa la vuole indagare. Credo che Giacomo Leopardi sia l’uomo grazie al quale credenti e non credenti possono parlarsi andando alla ricerca di senso. Perché c’è una religione della bellezza che tutti possiamo accettare e creare che ci accomuna. Se poi ci porterà a trovare Dio, per me tanto meglio. Altrimenti avremmo fatto qualcosa di bello al mondo, come dice lui stesso…”
Ed aggiunge: “…. Noi oggi pensiamo che la parola vocazione riguardi una specie di chiamata che viene dall’esterno e aggiunge qualcosa alla nostra vita. Niente di più sbagliato. La vocazione è la vita. Se entriamo in questa prospettiva, che Dio – fuori dal tempo – prima ha pensato a ciascuno di noi e poi ci ha dato l’essere per realizzare quel progetto, il gioco è fatto. Questa chiamata, certo, avviene per un essere che è fragile. Ma è anche l’invito a fare qualcosa di bello, trasformare quello che potrebbe sembrare un destino in destinazione, in una fioritura, in un’opera d’arte. Più vado avanti più mi rendo conto di questo. Dio non è una cosa che si aggiunge alla vita, è la vita stessa che fiorisce. Se penso a questo, dico: Dio, io senza di te non posso stare. Nel cristianesimo ho trovato l’antidoto per la noia. L’unico che io conosco. Una vita che è affidata totalmente a te e totalmente a Dio».
Quando il grande poeta recanatese sosteneva che “mi sovvien l’Eterno” si riferiva a qualcosa di straordinariamente grande ed immenso. Lui, considerato pessimista per eccellenza, come nessuno, parlava di natura che non è altro che l’espressione di Dio! Il grande Poeta vedeva il Divino nel vento, nelle foglie, nella siepe, in tutto ciò che lo circondava e, come detto, cercava il Divino in tutto ciò che lo circondava.
Citare Papa Giovanni Paolo II senza considerare la sua lezione, il suo “NON ABBIATE PAURA” che altro non sono che le parole che Gesù Cristo lascia ai suoi discepoli nel momento in cui ritorna a loro risorto, significa, ancor una volta non considerare l’essenza umana e divina, allo stesso tempo del Risorto; non considerare, che non sono le mura che formano una Chiesa, non sono i templi fatti di pietra i luoghi attraverso cui le anime si purificano e vengono salvate dalla morte eterna.
Gli stessi Sacerdoti del Tempio non comprendono le parole di Gesù Cristo quando sostiene che è capace di distruggere il Tempio e di ricostruirlo in tre giorni. Essi non comprendono che la grande opera del Cristo, il Grande Tempio che Cristo è capace di ricostruire è l’Uomo, con tutte le sue debolezze, con tutte le sue angosce, con tutte le sue paure.
Proprio in questo momento, nel momento più tragico, cosi come Cristo nell’orto del Getsemani, sale forte il grido di disperazione, di invocazione e di aiuto al Padre Celeste.
Il dolore è forte ma l’Amore, come diceva Sant’Agostino, è ancora più forte ed è capace di cambiare la sorte dell’uomo.
Un grande filosofo e scienziato come Blaise Pascal, in una sola notte di travaglio a Port Royal, riconosce in Cristo l’esempio più fulgido di amore, di speranza, di grandezza.
Non possiamo in questi momenti pensare che Cristo sia lontano da noi sol perché non riusciamo ad essere in Chiesa a celebrare la Santa Pasqua o ad essere in simbiosi con l’Eucarestia!
Cristo ci ha insegnato che anche un tozzo di pane spezzato e diviso con le persone che si amano, significa condivisione di amore e speranza. Mi meraviglia, pertanto, che si possa pensare che solo attraverso l’Eucarestia ci si possa avvicinare a Cristo!
Mai come in questo momento occorre trovarlo nelle cose più semplici, come sosteneva Leopardi, magari in un alito di vento, nel profumo di un fiore!
Perché Cristo è in ogni cosa che ci circonda sia essa animata o inanimata, in ogni pensiero d’amore, in ogni pensiero di speranza. Si può ritenere, quindi, e mi scuso se divento tedioso (!) che solo attraverso l’Eucarestia si possa creare simbiosi con Cristo o non possa esistere la Fede? Si può pensare che solo in questo modo si può essere cristiani e fedeli?
Certo, è brutto, è inusuale non poter proclamare la Gloria di Cristo e non poter essere seduti accanto ai propri fratelli per stringersi la mano in segno di pace. Ma è dalla solitudine, è dalla sofferenza che nasce l’amore più grande, l’amore che vince mille secoli il silenzio, come diceva il Foscolo, quell’amore che è capace di andare oltre la morte, l’amore che è capace di sconfiggere la morte!
Proprio Sant’Agostino diceva “spera et persevera donec transiat nox” (spera e persevera finché sia passata la notte), “ la vita diventa una dolcezza che nasce dalla speranza che il tuo Dio ci ascolti, dolcezza che si fonda nell’immensa grandezza della misericordia e della bontà divina…”.
Non è una sfida di citazioni, ma c’è ne una che mi affascina più delle altre ed appartiene ad un grandissimo ed immenso scrittore russo, Fiodor Dostoevsky, che in una sua lettera giunge a dire “questo credo è molto semplice e suona cosi: credete che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole e più perfetto di Cristo; anzi, non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire, che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene, io preferirei restare con Cristo, piuttosto che con la verità”.
È questo immenso e grandioso pensiero che ci dà la forza di continuare a vivere anche quando tutto intorno a noi sembra sconfitto dal male! Perché Cristo non si può identificare semplicemente in un’Eucarestia. Egli è dentro di noi, Egli è la nostra Guida, Egli è la nostra Via, Lui è la nostra Speranza.
È straordinariamente illuminante quanto ci dice Papa Francesco in questi giorni sulla presenza di Cristo: “quante volte abbiamo bisogno che l’amore ci dica: perché cercate tra i morti colui che è vivo? I problemi, le preoccupazioni di tutti i giorni tendono a farci chiudere in noi stessi, nella tristezza, nell’amarezza… e li sta la morte! Ma noi non cerchiamo lì Colui chi è vivo!”
Il messaggio del Santo Padre è chiaro: Cristo lo si trova in qualsiasi angolo dove c’è vita! Non è necessario, oggi nella profonda disperazione che scandisce le nostre giornate, pensare di trovarlo ancora inchiodato ad una croce! Basta girare nei vari ospedali, dove l’uomo combatte contro un nemico invisibile, contro un male oscuro; state sicuri che li, in ogni angolo dove le lacrime scorrono silenziose sulle gote degli uomini, dove la tristezza serra le nostre bocche e dove la disperazione predomina su tutte le nostre sensazioni, è lì che noi, in ogni angolo, troviamo Gesù Cristo, Colui che porta sulle sue spalle tutto il dolore degli uomini.
E se lo dobbiamo cercare fuori da una chiesa, io vi dico, state sicuri, lo troverete perché Lui non è ad attendere i suoi figli seduto su un trono come se fosse un re! Egli è sempre il Grande Pastore che salva tutte le sue pecorelle e che non ha bisogno di grandi citazioni per essere la massima espressione dell’Amore. Buona Pasqua a tutti!".
