Benevento: la viticoltura guida lo sviluppo

L'incontro con Mauro Rosati all'Università degli studi del Sannio

benevento la viticoltura guida lo sviluppo
Benevento.  

"Un’indicazione geografica che non produce cultura non è un’indicazione geografica, ma soltanto un marchio". È una riflessione che sintetizza la filosofia della DOP Economy quella lanciata da Mauro Rosati, direttore della Fondazione Qualivita e tra i principali studiosi italiani del sistema delle Indicazioni Geografiche, intervenuto a Benevento per la presentazione del suo volume “La filosofia della DOP Economy. Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro”.

L’incontro nell’Aula Magna del Campus Unisannio di via delle Puglie, su iniziativa dell’AfeLab – Contamination Lab del Corso di Economia Agroalimentare dell’Università degli Studi del Sannio. Un momento di confronto dedicato al rapporto tra produzioni certificate, sviluppo locale e valorizzazione delle aree interne.

Per Rosati il Sannio rappresenta uno dei modelli più significativi della DOP Economy italiana. "È un territorio emblematico – ha spiegato – che ha saputo lavorare molto bene con le indicazioni geografiche non solo dal punto di vista economico, ma anche della comunità, del paesaggio e della bellezza".

Secondo il direttore di Qualivita, proprio nel Sannio si è realizzato un percorso particolare di crescita del settore vitivinicolo: "Negli anni Duemila qui si è riscritta una parte della viticoltura italiana, lavorando sulla qualità ma soprattutto con il consenso dei vignaioli e della comunità. È stato uno sviluppo orizzontale, diverso da quello di altre grandi denominazioni cresciute in verticale insieme alle grandi aziende".

Nel libro Rosati propone una lettura della DOP Economy come modello fondato sulla relazione tra qualità, origine e comunità. Un sistema che, attraverso i prodotti DOP e IGP, riesce non solo a generare valore economico, ma anche a rafforzare la coesione sociale, custodire le identità locali e costruire una nuova cultura del territorio.

"Noi la definiamo economia geografica – ha spiegato – perché prende forza da un territorio e reinveste su quel territorio". Una visione che si contrappone a un modello economico “fordista”, basato sullo sfruttamento delle risorse locali senza un reale ritorno per le comunità. "Qui il territorio è un alleato – ha aggiunto – e le imprese fanno parte del valore aggiunto dell’indicazione geografica".

Tra gli elementi fondamentali della DOP Economy Rosati individua la dimensione culturale, il senso di comunità, il ruolo delle istituzioni e la partecipazione democratica alle scelte strategiche. "Attraverso le indicazioni geografiche bisogna raggruppare non solo le aziende, ma tutto il territorio attorno a un’idea di sviluppo legata all’agroalimentare".

Un passaggio centrale riguarda il rapporto tra consorzi di tutela e istituzioni locali. "I consorzi devono essere riconosciuti come istituzioni che collaborano con le altre istituzioni, altrimenti non si governa il territorio", ha sottolineato Rosati, evidenziando come nel Mezzogiorno manchi ancora quella rete di alleanze che invece caratterizza alcune delle esperienze più avanzate del Nord Italia.

E riguardo al tema dello spopolamento delle aree interne e del ruolo che le filiere DOP possono avere nel creare nuove opportunità per i giovani. "Gli studi scientifici dimostrano che una forte indicazione geografica è un grande attrattore per i giovani – ha spiegato – perché dà senso di appartenenza e prospettive concrete a chi vuole costruire un’impresa".