«Uniti si vince». L'Arcivescovo è più avanti di molti politici

La prima lettera pastorale di Accrocca fa centro sui problemi del Sannio.

Benevento.  

Un linguaggio semplice, lontano dal dogmatismo che troppo spesso ha caratterizzato la Chiesa, allontanandola dalla comunità. Un linguaggio semplice, ma molto, molto efficace quello del nuovo Arcivescovo di Benevento, Felice Accrocca, nella sua prima lettera pastorale. Già l'incipit è eloquente sul messaggio che intende diffondere Accrocca: “Camminare Insieme”, per una “crescita reciproca che non può non tener conto delle differenze”.

E dunque, il richiamo a chiesa e cittadini: i singoli non possono prevalere sulla comunità, o si va avanti uniti, oppure non si va avanti, e gli individualismi servono a poco. Ma è quando parla della società e delle caratteristiche della provincia e della città sannita che l'Arcivescovo dimostra di aver compreso in pochi mesi la nostra realtà. Una realtà bellissima e ricca di valori “una realtà – dice – di cui mi sono subito innamorato”, ma anche povera, povera di infrastrutture, debole a imporsi a panorami più importanti, non sempre e non solo per caratteristiche morfologiche o per responsabilità sovraterritoriali. Perché? L'Arcivescovo prova a darsi una risposta, e la trova nell'incapacità di superare i limiti di una fortissima identità territoriale. Nella sua lettera pastorale, infatti, Accrocca scrive: «perché la nostra gente assiste impotente a tutto ciò? Perché non fa sentire in modo adeguato la propria voce? Debbo premettere che, da questo punto di vista, ho trovato una continuità sorprendente tra il territorio beneventano e quello pontino. Anche la mia zona di origine, infatti, presenta evidenti carenze strutturali, anche lì si registra una debolezza non solo di proposta, ma di protesta.A Latina e dintorni la radice di tale comportamento va ricercata nella mancanza di un'identità comune; qui ho l'impressione che sia l'esatto contrario, vale a dire che un'identità fortemente marcata, non sempre capace di superare i limiti dei propri confini, rischia di accrescere il tasso di litigiosità e di paralizzare ogni azione comune. Alla fine, il risultato è lo stesso, sia di qua che di là: l'incapacità di fare sistema, di unirsi in un progetto comune, con la conseguenza che ogni azione – anche la protesta – diventa sterile e, malgrado i primi entusiastici clamori, con ben poche possibilità di dare frutto».

Superare le mura Longobarde dunque, superare egoismi e cecità territoriali per vincere una sfida che, come dimostra in maniera lungimirante anche l'arcivescovo Accrocca, è cruciale, visto che il messaggio, l'appello, arriva da più livelli. Dall'imprenditoria al mondo universitario, fino alla Chiesa, appunto...a discapito di chi ancora invoca lotte campanilistiche ormai anacronistiche come i rigurgiti da prima repubblica. E dunque l'appello: «Fare rete, fare gioco di squadra: se riuscissimo nell'intento, tutti ne trarremo vantaggio, in caso contrario tutti saremo destinati a perdere. È una sfida, questa, che la comunità ecclesiale deve vincere anzitutto al suo interno e lacosa non è per nulla scontata!».

Vincono o perdono tutti dunque: a discapito delle solite tentazioni di fughe in avanti, di autoindulgenze, di autoreferenzialità... dalla chiesa alla società civile. L'appello dell'Arcivescovo è semplice e lungimirante, sarebbe da prendere molto sul serio. 

Cristiano Vella