Dalla cosiddetta casa di San Gennaro alla cooperativa San Valentino ed al destino di un terreno. Sono i tre capitoli sui quali sono stati chiamati a rispondere sette testi della difesa di tre imputati (in tutto 40, oltre a 12 società) – nell'ordine, Giovanni Cusano, proprietario dell'immobile, l'ex sindaco Fausto Pepe e Renato Lisi, presidente della Commissione urbanistica comunale dal 2006 al 2008 - ascoltati questa mattina nel processo denominato Mani sulla città, nato da un'indagine della Digos e del sostituto procuratore Antonio Clemente su appalti e forniture di beni e servizi del Comune di Benevento.
Dinanzi al Tribunale è comparso innanzitutto l'architetto Michele Marinaccio, che aveva avuto da Cusano l'incarico di redigere una consulenza, appunto, su quella che Bruno Zevi aveva definito nel Piano particolareggiato la cosiddetta casa di San Gennaro, poi acquistata da Palazzo Mosti per 247mila euro.
Sollecitato dall'avvocato Raffaele Scarinzi, dal pm Assunta Tillo e dell'avvocato Valeria Crudo - per il Comune, parte civile- , il professionista si è detto convinto, sulla base degli accertamenti svolti, che quella fosse davvero la dimora del Santo, aggiungendo di aver proceduto ad una definzione del suo valore, stimato in oltre 300mila euro.
Le domande dell'avvocato Sergio Rando (per Pepe) hanno invece incrociato le risposte di due soci della San Valentino che hanno affermato di non aver ricevuto pressioni o l'invito a votare Pepe quando, durante la campagna elettorale del 2011, lo stesso sindaco uscente si era presentato ad un'assemblea dei soci della cooperativa, dove aveva tenuto un breve discorso riservato allo sviluppo della città, delle cose fatte e da fare.
Un appuntamento al quale era stato accompagnato da un candidato della sua lista, che ha escluso che nell'occasione fosse stato affrontato l'argomento di un possibile appoggio in cambio di appalti alla cooperativa. Il cui responsabile aveva nel giugno 2011 inviato una diffida al Comune, chiedendo la liquidazione di cinque fatture emesse per i servizi di custodia, manutenzione e guardiania del Parco Cellarulo.
Circostanze sulle quali ha deposto l'ingegnere Salvatore Zotti, da maggio a luglio 2011 dirigente del settore Opere pubbliche del Comune, che in aula ha ricordato di di aver replicato alla San Valentino che “non avrebbe pagato perchè gli era stato detto che non esisteva alcuna convenzione con il Comune”. Aggiungendo di “averne parlato con Pepe, che si era detto all'oscuro di tutto ed aveva condiviso la mia decisione”.
L'udienza si è chiusa con tre tecnici citati dall'avvocato Italo Palumbo (per Lisi): l'architetto Vincenzo Carbone, consulente del Comune per la redazione del Piano urbanistico “approvato in giunta nel 2009”, che ha precisato di “non essere mai stato convocato dalla Commissione urbanistica” di cui era presidente Lisi, “con il quale ho lavorato per anni”. Rapporti datati, dunque, come quelli con Vincenzo Rosiello, chiamato in causa con Lisi ed altri per un presunto cambio di destinazione d'uso di un terreno da agricolo a residenziale.
“Un terreno mai entrato nel Puc”, ha chiosato l'avvocato Palumbo, che, attraverso le successive dichiarazioni dell'ingegnere Antonio Zerrillo e dell'architetto Giuseppe Ricciardi, ha fatto emergere l'esistenza di rapporti professionali che intrattenevano sia con Lisi, sia con Rosiello.
