Tragica rapina, la vittima in aula: "E' chistu in mezzo"

Colpo a Montesarchio nel 2018 seguito dalla morte di un 83enne. Imputato Spitaletta

Il papà di Valentino Improta, ucciso e carbonizzato: "Disse a Spitaletta: se vado dentro io mi porto dietro anche te"

Benevento.  

Lo ha guardato per qualche secondo quando se l'è trovato di fronte al banco dei testimoni, dove lo avevano accompagnato due agenti della polizia penitenziaria. “E' chistu in mezzo, è chi mi ha tappato la bocca”, ha esclamato, puntando il dito contro Paolo Spitaletta, 50 anni, di Tocco Caudio. Lei ha 86 anni, è la sorella di Giovanni Parente, 83 anni, di Montesarchio, morto all'ospedale Rummo due settimane dopo la rapina in casa di cui entrambi erano rimasti vittime il 10 aprile 2018. Il malcapitato era stato ricoverato dopo essere stato colpito al volto da un pugno, finendo con la testa contro un muro e poi sul pavimento.

Una storia tragica che l'anziana ha ripercorso questa mattina in aula, dinanzi alla Corte di Assise (presidente Sergio Pezza, a latere Maria Di Carlo più la giuria popolare), nel processo per rapina ed omicidio preterintenzionale a carico di Spitaletta. Accuse di cui avrebbe dovuto rispondere in concorso anche Valentino Improta, 26 anni, di Montesarchio, se non fosse stato ucciso. Il 4 maggio, infatti, era stato rinvenuto senza vita, ammazzato con due colpi di fucile a canne mozze e carbonizzato, sul monte Taburno, in una Fiat Punto, intestata alla madre, ferma alla località Cepino di Tocco Caudio, nelle vicinanze di un'area pic-nic. Un omicidio di cui è imputato lo stesso Spitaletta, che lo avrebbe compiuto per paura che Improta lo chiamasse in causa.

Rispondendo alle domande del pm Assunta Tillo e della difesa, rappresentata dall'avvocato Antonio Leone, la pensionata ha ricordato, non senza difficoltà, che la sera del 10 aprile il fratello “stava cenando” allorchè erano entrati in casa due uomini. “Che vai truvann, dissi al primo: era a volto scoperto, mi puntò in faccia una pistola, mi mise una mano sulla bocca per non farmi gridare e mi trascinò in un'altra stanza....L'altro aveva il volto coperto, si avvicinò a mio fratello, lo colpì alla testa e lo fece cadere a terra... Quello che mi teneva bloccata aggiunse che mi avrebbe liberata se gli avessi dato 100 euro, io gli risposi che ero d'accordo...”.

Ancora più drammatica la testimonianza di Giovanni Improta, papà di Valentino, che la sera della rapina, su richiesta del figlio, era corso con la sua Punto, accompagnato da un ragazzo, in via Campoli, dove era era rimasta impantanata, in un burrone, l'Alfa 147 di Spitaletta ("E' quello che sta là", ha precisato su domanda, indicando la gabbia che ospita i detenuti) la macchina usata per la fuga.

Mentre tornavano a Montesarchio, Valentino “affermò che lui e Spitaletta avevano fatto una rapina, che lui era a volto coperto e che aveva spinto e fatto cadere il vecchio, che aveva poi aiutato a rialzarsi per capire se fosse vivo”. E ancora: “Nei giorni successivi Valentino era molto arrabbiato, aveva saputo che il vecchio era morto. Poi gli era arrivato l'avviso di garanzia – un atto che la Procura gli aveva inviato per consentirgli la nomina di un consulente in vista dell'autopsia dell'83enne ndr-. Spitaletta venne a casa, lui gli disse: se vado dentro io mi porto dietro pure te. Paga la mia famiglia, per le spese legali”.

Come si ricorderà, di Valentino Improta si erano perse le tracce dalla sera del 2 maggio. Poi, il 4 maggio, il macabro rinvenimento: i segni di un delitto efferato per il quale Spitaletta ed un 31enne hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato.