Nessun dubbio: si tratta di una sentenza di primo grado, con conseguenze importanti visto che riguarda un dirigente comunale, che potrebbe però essere del tutto ribaltata nei successivi gradi di giudizio. Niente toni apodittici, dunque, e il rispetto del principio della presunzione di non colpevolezza, fino a prova contraria.
Resta però il fragorosissimo ed assordante silenzio – rotto da due organi di informazione che ne hanno dato notizia– che ha accompagnato la condanna di Andrea Lanzalone, una figura di rilievo dell'amministrazione di Palazzo Mosti. Tutti zitti zitti, sotto coperta, anestetizzati da un conformismo che non è incomprensibile, tutt'altro, in una città in cui ad ogni livello il tengo famiglia è la stella polare.
Eppure, la pronuncia di qualche giorno fa del Tribunale di Benevento rappresenta un unicum in una determinata stagione giudiziaria che, per il resto, si è complessivamente conclusa con una pioggia incessante di assoluzioni e, talvolta prescrizioni, in relazione alle inchieste che hanno messo nel mirino i rapporti tra pubblica amministrazione e mondo dell'imprenditoria, e non solo.
Mani sulla città, ipermercato Zamparini, Quattro notti etc: sono solo alcune delle vicende che hanno occupato per anni le cronache, costellate da polemiche e prese di posizione di ogni tipo. Spazzate via, inevitabilmente, quando sono arrivate le decisioni dei collegi giudicanti. Che, come è ovvio, possono essere impugnate dalle parti interessate e suscitare, nel contempo, le critiche ed i commenti più disparati.
Stavolta non è capitato neanche questo: manco una velina o uno straccio di voce. Una afonia impressionante che il migliore otorinolaringoiatra faticherebbe a diagnosticare rispetto a ciò che l'ha provocata. Ma tant'è: ormai c'abbiamo fatto il callo.
