Alzi la mano chi pensa che la notizia, anticipata ieri da Ottopagine, relativa al presunto tentativo del clan Sparandeo di inquinare l'esito delle elezioni comunali a Benevento nel 2016, rappresenti un unicum nella storia dei rapporti tra alcuni componenti di quella famiglia e il mondo della politica locale. Non è così, ovviamente, e a testimoniarlo è un'altra indagine della Dda sfociata l'anno scorso in una serie di condanne definitive che per la prima volta hanno consentito di definire come camorristico il clan Sparandeo.
Si tratta di un'inchiesta del pm Luigi Landolfi e dei carabinieri rimbalzata all'onore delle cronache nel marzo 2014, alla quale era stato dato il nome di 'Tabula rasa': uno spaccato su una serie di attività illecite, con un ampio capitolo riservato alle amministrative del 2011 nel capoluogo sannita. Era emerso dalle intercettazioni, poi dichiarate inutilizzabili, operate nel maggio del 2011 nella sala colloqui del carcere di Fuorni, dove Arturo Sparandeo ('83) era detenuto dal settembre del 2010 dopo essere stato beccato con un bel po' di droga.
Conversazioni tra il giovane ed alcuni familiari, discussioni riservate soprattutto ai risultati delle elezioni comunali, alle nomine degli assessori e alle prospettive, peraltro andate deluse, che nell 'analisi' dei protagonisti avrebbero potuto aprire. Discorsi carichi di rammarico, per essere andati in ordine sparso, appoggiando non uno ma più candidati e anche di schieramenti opposti (“Abbiamo portato più persone, bisognava fare una cosa tutti insieme...”).
Un po' diversa la situazione registrata nell'ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri dalla Squadra mobile, nella quale vengono riportati stralci di intercettazioni che riguardano sia la campagna elettorale per le comunali del 2016 che il post urne. Dialoghi con riflessi bipartisan, al centro di un'attività investigativa avviata dal sostituto procuratore Assunta Tillo e dalla stessa Mobile su una presunta associazione per delinquere finalizzata alla corruzione elettorale.
Sedici le persone chiamate in causa in una indagine che nel frattempo ha fatto registrare l'archiviazione solo di qualche posizione. Quelle conversazioni sono confluite nel fascicolo sul clan Sparandeo che ha portato all'arresto di nove persone – per una decima il divieto di dimora – ,chiesto, per competenza, dalla Dda.
Resta da capire che fine abbia fatto il troncone iniziale, dal quale era derivato un filone, trasmesso alla Procura di Roma, che aveva messo nel mirino, per una ipotesi di corruzione in atti giudiziari, un medico ed un magistrato, per i quali era poi stata disposta, su istanza della Procura capitolina, l'archiviazione.
Domani, intanto, prenderanno il via gli interrogatori di garanzia: ad aprirli sarà, ad Asti, dove è detenuto, Stanislao Sparandeo, 41 anni, mentre venerdì, per rogatoria, compariranno dinanzi al gip del Tribunale di Benevento, Vincenzo Landolfi, Carmine Morelli, 60 anni, Vincenzo Poccetti, 46 anni; Luigi Coviello, 46 anni; Gabriele De Luca, 31 anni, tutti di Benevento, e Carmine Longobardo, 45 anni, di Cisterna, difesi dagli avvocati Antonio Leone e Gerardo Giorgione. Per Longobardo, invece, gli avvocati Isidoro Spiezia e Michele Sanseverino.
