“In nome del popolo italiano. Il processo che vogliamo”, o che vorremmo come hanno più volte sottolineato i relatori dell'incontro che si è svolto ieri presso la Fagianella di Benevento, organizzato dalla sezione sannita dell'Unione Camere penali, dall'Associazione nazionali magistrati di Benevento e dalla Scuola territoriale di formazione e aggiornamento dell'Avvocato Penalista, con il patrocinio dell'ordine degli avvocati di Benevento. I tempi lunghi dei processi. Questo il tema principale sul quale hanno dibattuto avvocati, docenti universitari e giudici.
I lavori si sono aperti con l'intervento dell'avvocato Vincenzo Regardi, presidente della Camera penale di Benevento e dal magistrato Simonetta Rotili che è a capo dell'Anm sannita.
Un convegno che ha cercato di dare una risposta francamente difficile. Sono infatti tante le modifiche che da tempo chiedono avvocati, magistrati e giuristi in favore di una giurisprudenza più snella che consenta un processo giusto e in tempi brevi.
Due i momenti dell'affollato workshop: “La fase delle indagini preliminari” e “Il dibattimento”.
Ad aprire i lavori è stato l'avvocato Regardi che ha moderato la prima sessione e lo ha fatto partendo da una certezza: “Questo processo non è in grado di fornire le risposte che i cittadini vogliono e non piace agli addetti ai lavori. Da questa premessa - ha spiegato - abbiamo deciso di organizzare il convegno. Secondo Regardi per velocizzare la fase dibattimentale bisogna velocizzare anche la fase preliminare del procedimento”.
La dottoressa Simonetta Rotili (Anm sezione di Benevento) è invece partita dal titolo del convegno: “In nome del popolo italiano è la frase che ogni giorno noi pronunciamo nelle aule di tribunale e rappresenta proprio la fonte di legittimazione del potere giudiziario e descrive il soggetto finale nel cui interesse per cui questo potere deve essere esercitato: il cittadino. La giurisdizione deve poter essere esercitata con modalità e mezzi idonei a rispondere alle nuove esigenze della società contemporanea globalizzata e molto più complessa rispetto al passato. Se ciò è vero allora è necessaria che la giurisdizione sia supportata da un'organizzazione giudiziaria adeguata alle nuove esigenze per evitare uno scollamento tra l'esercizio della giurisdizione per come viene svolta e la percezione che di essa ha la comunità”. Secondo Rotili “uno dei problemi maggiori è la lentezza e la farraginosità dell'organizzazione giudiziaria che però – ha precisato il magistrato – non si esaurisce con lo status giuridico dei magistrati come purtroppo spesso si afferma. L'organizzazione giudiziaria dipende da situazioni più complesse”.
Dall'organizzazione del processo al procedimento e in particolare alla fase delle indagini preliminari con Paolo Ielo, sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale del Tribunale di Roma che ha subito precisato che i 3milioni di processi in attesa, chiamati “in causa” dall'avvocato Regardi non sono arretrati ma pendenti.
Ielo ha poi messo l'accento sul problema dei tempi delle iscrizioni nel registro delle persone indagate. E lo fa partendo dalla legge che impone al “pubblico ministero, che ha ricevuto un'informativa di una notizia di reato dalla polizia giudiziaria, di iscrivere immediatamente la persona nel registro degli indagati. La Cassazione a sezioni unite ha detto chiaramente che entro 15 giorni dalla notizia di reato bisogna fare l'iscrizione, pena un procedimento disciplinare a carico del magistrato. Ma come si fa - si interroga Ielo – se io ricevo una relazione della Finanza di centinaia di pagine e nel frattempo ho udienza, indagini o dibattimento? E' realistico pensare che io prima di una settimana non riuscirò a leggere l'informativa”.
E dei tempi delle indagini preliminari è stato invitato a parlare anche l'avvocato Armando Veneto, responsabile dell'Osservatorio “Doppio binario” e “Giusto processo” dell'Unione Camere penali italiane, al quale l'avvocato Regardi ha immediatamente chiesto se “il problema delle indagini preliminari è disciplinare o ha dipende da altri aspetti che il legislatore potrebbe colmare”.
“Il processo che vorremmo per ora non si può realizzare”, ha affermato Veneto in apertura dell'intervento. “La colpa – ha continuato -, le ragioni vanno imputate a tutti. Dagli operatori e agli addetti e maggiormente alle tensioni di carattere politico che contraddistingue l'opera degli addetti al processo che esaltava il contraddittorio. Da 30 anni abbiamo assistito ad una serrata continua contro il libero e giusto contraddittorio nel processo penale. Il processo non serve per combattere la criminalità organizzata ma per individuare le responsabilità e la giusta pena, poi per rappresentare pubblicamente il senso dell'autorevolezza dello Stato”.
Francesco Cananzi, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli e consigliere del Csm è invece intervenuto sulla legittimazione che nasce per “Costituzione dalla professionalità dei magistrati che devono assicurare la qualità del processo penale. Noi abbiamo visto che nel corso degli anni le riforme sono state fatte – dalla politica ndr - a costo zero e quindi concretamente non avere fornito strutture adeguate. Oggi a causa della crisi economica magistrati e avvocati devono governare il cambiamento e cercare di essere efficienti. Il processo penale non è nato per le guide senza patente. Quindi serve una seria depenalizzazione che deve però essere spiegata in maniera serie al popolo italiano dalla politica. Bisogna assumersi la responsabilità di fare scelte radicali.
Il processo penale non può essere impiegato per una serie di reati o fattispecie che potrebbero invece trovare una rapida soluzione in sede amministrativa”.
Ed ancora, Cananzi ha anche parlato di intercettazioni e della loro pubblicazione e utilizzo. “I pubblici ministeri e i giudici devono fare attenzione. Non tutte le intercettazioni devono essere inserite nelle richieste di misure cautelari o ordinanze a meno che non siano rilevanti. Il tema della pubblicazione, invece, è un problema serio che il legislatore dovrà occuparsi. Ma alla base di una buona garanzia è fondamentale che le intercettazioni non devono essere riassunte o pubblicate a stralci” per impedire che cambi il senso di quello che un indagato dice al telefono o in un ambiente controllato dalla polizia giudiziaria.
La prima sessione del convegno si è conclusa con l'intervento di Giuseppe Riccio, professore emerito di Procedura Penale all'Università di Napoli, che ha puntato il dito contro la politica che in questo momento poco ascolta i giuristi che cercano di proporre riforme e modifiche al codice. “L'accademico ha bisogno della politica per cambiare la procedura penale. Purtroppo, però, in questo momento l'accademia è messa da parte dalla politica. Gli studiosi vengono messi da parte dalla politica a causa delle scarse risorse economiche messe a disposizione del ministro della giustizia dal dicastero dell'Economia”.
Ugualmente ricca di interventi la sessione del convegno dedicata al dibattimento nel processo penale. Lavori in questo caso moderati dalla magistrato Simonetta Rotili. Ad aprire gli interventi è stato l'avvocato Angelo Raucci, consigliere dell'ordine forense di Santa Maria Capua Vetere che ha parlato del frazionamento dei processi ed ha chiesto che le sentenze prodotte con rito abbreviato non vengano prodotte dalle parti durante il normale processo. “Questo – spiegato il legale - rappresenta un condizionamento per il giudice del dibattimento”.
“Il punto di partenza è che il processo penale viva una condizione di crisi irreversibile. Da un lato assistiamo al tradimento del sistema accusatorio, dall'altro è stato disatteso il principio della ragionevole durata del processo”, ha invece affermato Lucio Aschettino componente del Consiglio Superiore della Magistratura e presidente di Sezione del Tribunale di Nola. “La via d'uscita da questo problema è creare un fronte comune tra magistratura e avvocatura, partendo dal fatto che il processo è lo strumento per accertare la verità”.
Il vicepresidente nazionale delle Camere Penali, Domenico Ciruzzi ha indicato nella politica la colpevole del malfunzionamento del processo penale. Da oltre trent'anni nel nostro paese si vive una continua fase di emergenza. Mondo accademico, avvocatura e magistratura avrebbero dovuto impegnarsi di più”. Nel 1999 “bisognava depenalizzare innumerevoli reati. Non ci sarà mai un dibattimento come quello immaginato dalla riforma del 1989. Siamo di fronte ad un ingolfamento impressionante. Bisogna eliminare i cosiddetti reati 'bagattellari', minori.
A chiudere l'incontro sul dibattimento è stato il professore Alfonso Furgiuele, docente di Procedura penale all'Università di Napoli che ha riassunto le posizioni di avvocatura e magistratura ed ha auspicato che la sinergia tra le parti possa trovare finalmente un punto di incontro per cominciare trovare finalmente a formulare un'idea del processo che i cittadini chiedono.
Geo Nocchetti, giornalista Rai, ha invece moderato il dibattito finale con l'avvocato Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione Camere Penali e il dottore Rodolfo Maria Sabelli, presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Al centro del confronto il circo mediatico giudiziario, ovvero la spettacolarizzazione del processo in tv e la cronaca giudiziaria attraverso i nuovi mezzi di comunicazione.
Alessandro Fallarino
