Neonata gettata nel canalone, i periti: "Imputata è la madre"

Confermati i risultati dell'esame Dna. Il 22 giugno la sentenza per una 40enne di Benevento

Benevento.  

Nessun dubbio. “L’imputata è la madre biologica della neonata”. Il marchio della certezza su quello già impresso, come consulente del pm Marcella Pizzillo, dal professore Ciro Di Nunzio. Aveva eseguito lui l’esame del Dna, il risultato è stato ribadito questa mattina dal professore Antonio Oliva e dalla dottoressa Laura Baldassarri, entrambi della Medicina legale della Cattolica di Roma, i due specialisti ai quali la Corte di Assise di Benevento (presidente Rinaldi, a latere Baglioni più la giuria popolare) aveva affidato a febbraio l’incarico di procedere ad una nuova comparazione dei profili genetici nel processo a carico di una 40enne di Benevento, accusata di omicidio volontario aggravato: si sarebbe liberata, gettandola in un canalone, della bimba che aveva messo al mondo. Una tragedia  scoperta il 2 aprile del 2000 alla contrada Ripamorta.

L’ulteriore test del Dna, reso possibile dalla disponibilità della donna (è difesa dagli avvocati Alberto Simeone e Grazia Sparando), che ha prestato il proprio consenso ai prelievi, ha dunque confermato l’esistenza di un legame madre – figlia.  Ed ha rappresentato il momento conclusivo dell’istruttoria dibattimentale. Il 22 giugno è infatti in programma la discussione, cui seguirà la sentenza della Corte.

Come più volte ricordato, il corpicino senza vita della piccola, alla quale era stato dato il nome di Speranza, era stato rinvenuto quel pomeriggio del 2000 su un gradone di cemento, dove era finito, impattando violentemente con il suolo, dopo un volo nel vuoto di dieci metri. Letale la frattura cranica subita dalla bimba, che aveva respirato quando era venuta alla luce. L’aveva accertato, eseguendo l'autopsia, il professore Fernando Panarese. Nessuna accidentalità, magari un colpo rimediato al capo durante la fase di espulsione.

Le indagini, che non avevano dato alcun risultato, erano state riaperte nel 2011 dal sostituto procuratore Pizzillo dopo le dichiarazioni rese da un’altra persona in un diverso procedimento e poi ripetute in aula.  Parole che avevano indicato una pista battuta da un ispettore di polizia in forza alla Procura, che aveva cercato e trovato i riscontri.

Enzo Spiezia