C'è soprattutto la consulenza tecnica affidata dalla Procura al dottore Auriemma, oltre alle intercettazioni telefoniche, alla base dell'indagine – trentatre le persone chiamate in causa a vario titolo - sull'inquinamento dei fiumi sfociata ieri nel sequestro di dodici depuratori in città ed alcuni centri della provincia.
Un capitolo dell'ordinanza firmata dal gip Loredana Camerlengo è dedicato all'operazione di disinfezione che- “per come attualmente gestita dalla Gesesa- rende ecotossico lo scarico, presumibilmente per formazione di sottoprodotti della clorazione dovuta a sovradosaggio di reagente disinfettante”.
Il giudice rimanda alle conclusioni di Auriemma, secondo il quale i dosaggi di cloro potevano essere “ragionevolmente ridotti qualora fosse stata posta in essere una efficace gestione dei fiocchi leggeri di fango, i quali, al contrario, poiché non rimossi efficacemente nelle sezioni di impianto a ciò preposte, costituivano un impedimento al decorso delle reazioni di disinfezione”. In pratica, sostiene il consulente del Pm, “il gestore, per evitare l'ecotossicità allo scarico, anziché fare ricorso a metodiche corrette, ha utilizzato elevate quantità di cloro, “appositamente” dosato in abbondanza e con noncuranza delle conseguenze”.
Nel mirino anche altre procedure: “l'impropria regolazione dei tempi di accensione/spegnimento del sistema di aerazione a servizio della sezione di ossidazione biologica e, in generale, una insufficiente aerazione del liquame in corso di trattamento, fasi cui deve essere attribuita particolare attenzione e grande importanza in quanto nel processo depurativo essere regolano tutte le reazioni biochimiche di abbattimento del carico inquinante”.
Nel provvedimento viene definita “grave la situazione di generalizzato malfunzionamento della maggior parte degli impianti” e viene sottolineata la “sensibilità a tutelare unicamente gli interessi economici dell'azienda, mediante ricorso a procedure scorrette ed accorgimenti solo apparentemente utili a risolvere le notevoli e diversificate problematiche legate alla gestione del delicato settore, ma tese unicamente a “far apparire” come superate quelle che invece erano ancora carenze persistenti. Così talvolta ricorrendo ad accorgimenti, quali ad esempio la apposizione di un bypass o la colorazione delle acque da depurare (e non depurate) con sostanze chimiche, determinavano l'aggravamento dell'inquinamento dei fiumi, in particolare uno stato di “ecotossicità” rilevante a causa dello sconsiderato sversamento di acque non o mal depurate”.
Fin qui il quadro tratteggiato dagli inquirenti, al quale, ovviamente, l'azienda contrapporrà le proprie argomentazioni, per dimostrare di aver agito correttamente.
