Quattordici anni, quelli chiesti dal pm Marcella Pizzillo. E' la condanna inflitta pochi minuti fa (erano le 16) dalla Corte di Assise ad A. I., 41 anni, di Benevento, accusata di omicidio volontario aggravato: si sarebbe liberata, gettandola in un canalone, della bimba che aveva messo al mondo. Una tragedia scoperta il 2 aprile del 2000 alla contrada Ripamorta.
Il suo difensore, l'avvocato Alberto Simeone ne aveva proposto l'assoluzione per non aver commesso il fatto, chiedendo che fosse applicata l'accusa non di omicidio, ma quella più lieve di infanticidio. Inoltre, aveva anche chiesto una perizia psichiatrica
Prima che cominciasse la discussione, la donna, che nel frattempo si è sposata ed è madre di due figli minori, si era sottoposta all'esame, escludendo di aver mai partorito la bimba che prima una consulenza del Pm, poi una perizia ordinata dalla Corte hanno individuato come sua figlia attraverso la comparazione del Dna. Novanta i giorni a disposizione della Corte (presidente Rinaldi, a latere Baglioni, più la giuria popolare) per depositare le motivazioni della sentenza.
Enzo Spiezia
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Dalla sua bocca non era uscita una parola. Se n’era stata zitta – era nelle sue possibilità- quando era stata convocata in Procura nel novembre del 2011. Né era mai comparsa in aula durante il dibattimento iniziato un anno e mezzo fa. Fino a questa mattina, quando, grazie alla disponibilità manifestata dalla Corte nel concedere al suo legale due ore prima dell’avvio della discussione, è arrivata nella ‘Falcone –Borsellino’ per sottoporsi finalmente all’esame. “Non ero incinta, all’epoca non ero fidanzata, e due figli li ho avuti dopo essermi sposata nel 2004”, ha ripetuto A.I., 41 anni, di Benevento.
L’avvocato Alberto Simeone, che l’ha difesa, ha cercato di smontare l’accusa, enucleando il momento della gravidanza (e del parto) da quello del delitto. “E’ fuor di dubbio che l’imputata sia la madre genetica della piccola, ma manca la prova che sia stata lei a lanciarla in quel torrente…". La Corte di Assise non lo ha però seguito ed ha accolto le conclusioni del pm Marcella Pizzillo. Condannando a 14 anni la donna, riconosciuta responsabile di omicidio. Per lei la prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti, ma non la riqualificazione della contestazione in quella, più lieve, di infanticidio. Si sarebbe liberata, gettandola in un canalone, della bimba che aveva messo al mondo. Un gesto che avrebbe compiuto non in una situazione di disagio o di abbandono.
La tragedia era stata scoperta il 2 aprile del 2000 alla contrada Ripamorta. Una domenica pomeriggio: il corpicino senza vita della piccola, alla quale prima della sepoltura era stato dato il nome di Angela Speranza, era su un gradone di cemento, dove era finito, impattando violentemente con il suolo, dopo un volo nel vuoto di dieci metri. Letale la frattura cranica subita dalla bimba, che aveva respirato quando era venuta alla luce. L’aveva certificato, eseguendo l'autopsia, il professore Fernando Panarese. Nessuna accidentalità, magari un colpo rimediato al capo durante la fase di espulsione.
Un dramma ricostruito in meno di un’ora dalla dottoressa Pizzillo, che nella sua requisitoria ha ricordato come le indagini su un caso che sembrava destinato alla polvere degli archivi, avessero tratto nuova linfa, alla fine del 2010, dalle dichiarazioni rese in un altro procedimento dall’ex moglie di un cugino di A.I. (l’uomo è da poco stato condannato in via definitiva per abusi sulla cognata ndr). Frasi che avevano indicato una traccia che un ispettore di polizia in forza alla Procura, Antonio Massarelli, non aveva lasciato cadere. “E’ stato lui, da solo, a svolgere gli accertamenti e le intercettazioni”, ha sottolineato il Pm. Un lavoro di ricerca dei riscontri, corredato, poi, dai dati del test del Dna, reso possibile dai residui di saliva presenti su un mozzicone di sigaretta.
La comparazione delle ‘doppie eliche’ dell’allora indagata e della neonata era stata affidata dal Pm al professore Ciro Di Nunzio. Nessun dubbio sull’esistenza di un legame madre-figlia. Un risultato confermato dalla perizia ordinata nello scorso febbraio dalla Corte e curata dal professore Antonio Oliva e dalla dottoressa Laura Baldassarri, entrambi della Medicina legale della Cattolica di Roma. L’imputata si era presentata all’appuntamento fissato nella Capitale, dando il suo consenso ai prelievi. Con un atteggiamento – l’unico - che il rappresentante della pubblica accusa ha evidenziato al momento di proporre la pena, dopo aver bollato la “strada della negazione praticata” da A.I..
Un quadro, quello emerso dagli esami genetici, che l’avvocato Simeone ha definito “inoppugnabile” nella sua arringa. Un intervento, il suo, che, ancorandole alle consulenze di parte, ha offerto alla valutazione dei giudici una serie di riflessioni. Relative ad una “donna che non può essere dipinta come un mostro”, ad “una madre attentissima e premurosa”, che “può aver avuto un raptus e, poi, un’amnesia dissociativa selettiva”. L’imputata “ha rimosso completamente di essere stata incinta, di aver partorito. Ha dimenticato tutto, e questo buco persiste ancora oggi. Ecco perché avevo chiesto una perizia psichiatrica”. Ritenuta superflua dal Pm alla luce delle argomentazioni (per la difesa) del professore Vincenzo Mastronardi, criminologo molto noto per la sua attività cattedratica e le apparizioni televisive, che –ha spiegato Pizzillo – “non ha neanche accennato ad una seminfermità mentale”. Attingendo anche al serbatoio delle storie rimbalzate a livello nazionale, Simeone ha insistito a lungo sulla condizione della sua assistita. “Che ha avuto e continua ad avere la consapevolezza di non essere la madre. Certo, c’è la prova scientifica, non altro. Perché nessuno l’ha vista gettare la bambina”. Erano le 16 quando la Corte ha letto il dispositivo della sentenza di condanna. Tra novanta giorni sapremo perché.
Enzo Spiezia
