Dotto' è il termine con il quale avvia e talvolta inframezza le risposte al procuratore aggiunto Gianfranco Scarfò. E' collegato in videoconferenza da un carcere, la sua condizione di collaboratore di giustizia da oltre 2 anni impedisce che ne venga diffusa la fisionomia. Il tono della voce è tranquillo, sembra assumere una particolare increspatura solo quando, riportando indietro il calendario, ricorda il “rispetto” che gli era dovuto.
Lui è Nicola Fallarino, 42 anni, di Benevento, condanne definitive per droga, corruzione, omicidio (quello di Cosimo Nizza, per il quale gli è stato inflitto l'ergastolo) e a 10 anni con rito abbreviato come mandante del tentato omicidio della sua ex, Annarita Taddeo, 35 anni, viva per miracolo dopo essere stata centrata alla fronte da un colpo di pistola l'11 novembre 2023. “Non mi vanto di quella vita”, esordisce. Deve però ricostruirla nel processo in cui sono imputati Salvatore Giangregorio (avvocato Antonio Leone), 39 anni, e Alessia Petrucciani (avvocati Marianna Febbraio e Domenico Dello Iacono), 45 anni, anche loro della città, accusati di concorso nel tentato omicidio della donna, parte civile con l'avvocato Bendetta Masone.
Secondo gli inquirenti, Giangregorio avrebbe fatto fuoco, mentre Petrucciani gli avrebbe consegnato l'arma ed un motorino. Manca un quarto d'ora a mezzogiorno, il punto di partenza del suo esame è il rapporto con Annarita (“E' iniziato nel dicembre 2017, era libero da circa 7 mesi, i suoi genitori non volevano, lei venne a vivere nel mio appartamento”). Una relazione – spiega Fallarino, assistito dall'avvocato Domenico Esposito, sostituito dal collega Rosario Ciotola – con “alti e bassi”, nutrita dai colloqui quotidiani che, mentre era detenuto in Sicilia, avvenivano “attraverso gli smartphone che avevo a disposizione, che servivano anche a gestire le attività criminali, l'illecito, come il passaggio della cocaina nel territorio di Benevento, a controllare, attraverso le telecamere installate dentro e fuori, ciò che accadeva nel bar gestito da Annarita, e a scherzare con qualcuno...”. Nessun dubbio sul locale. “Anche se intestato ad altre persone, quel bar era mio”.
Il rapporto con Annarita peggiora dopo “l'arresto per corruzione di un agente di polizia penitenziaria per la storia dei telefonini in cella e una discussione in seguito alla quale feci chiudere il bar”. Il racconto prosegue, viene affrontato il capitolo dei messaggi anonimi che “Annarita mi disse di ricevere su fb. Io avevo più account social, attraverso un profilo falso contattai il mittente di quei messaggi, per capire chi fosse. Non è mai avvenuto, ma mi convinsi che potesse essere un certo C. I. che decisi di punire perchè non mi aveva portato rispetto. Doveva essere gambizzato, A. B. mi presentò Giangregorio che doveva occuparsene, ma poi tutto saltò per una telefonata del padre di C.I.”.
Fallarino aggiunge che a quel punto, “pur non dando peso alle voci su possibili nuovi legami di Annarita”, decide di “procurarsi i suoi telefoni”. L'incarico “va a Giangregorio, al quale dissi di puntare la pistola contro Annarita e di farsi dare i cellulari, mentre chiesi a “Petrucciani di procurare armi e motorino, costaati 1300 euro, per una spedizione punitiva, ma lei non sapeva contro chi. Non ha preso soldi, andò a Napoli con T, A., che ha incassato 300 euro, e M.V., poi tutto è stato dato a Giangregorio, che ha avuto per questo 4mila euro”. Denaro, quello elencato, “del mio illecito – precisa – che Petrucciani custodiva”. Le cose erano andate diversamente. “Giangregorio mi riferì che il colpo era partito involontariamente quando Annarita se l'era trovato di fronte dinanzi alla porta di casa, che aveva gettato via i telefoni per paura di essere rintracciato,e di aver parcheggiato alla Stazione il motorino, poi spostato da un raccoglitore di ferro...”.
Lei ha minacciato di morte Annarita?, gli domanda Scarfò, accanto al quale si è nel frattempo accomodato il procuratore Nicola D'Angelo. “Sì, dottò', ma era il mio di parlare, per impormi. Se avessi fatto tutti gli omicidi detti con la bocca sarei stato un serial killer”, conclude Fallarino. Le lancette dell'orologio sono andate avanti per oltre un'ora e mezza, il 5 novembre toccherà agli avvocati delle parti controesaminre il collaboratore. Prima di lui lo avevano fatto con un ispettore della Mobile, insistendo, in particolare, sui riscontri, sui dati del Gps e delle celle telefoniche.
