“Dove stiamo andando, dove sono finite le speranze e le aspettative che ventotto anni fa avevano suscitato il nuovo Codice?”. Se l'è chiesto il presidente della Camera penale, Monica Del Grosso, nell'introdurre i lavori del convegno organizzato su “luci e ombre del processo accusatorio”. Un Codice che ha dovuto fare i conti con numerose modifiche che hanno segnato “un ritorno al passato per l'incapacità, la difficoltà quasi emotiva ad accettare e percorrere fino in fondo il percorso”, ha aggiunto. Appuntamento al Museo del Sannio con un'iniziativa che il consigliere dell'Ordine degli avvocati Vincenzo De Paola ha salutato come “una importante occasione di confronto”. Su temi che non riguardano soltanto gli addetti ai lavori, ma soprattutto i cittadini, la loro tutela. Il consigliere della Corte di Cassazione Raffaello Magi ha afferrato al volo l'interrogativo posto da Del Grosso. Individuando come “vizio d'origine della flessibilità del modello al quale siamo approdati, la mancata modifica delle regole di base”. Perchè – questa la sua analisi – “non si è avuto il coraggio, cambiando il sistema processuale, di mettere mano, contemporaneamente, al diritto sostanziale, al capitolo delle aggravanti, ad alcuni reati”. Magi non ha nascosto le difficoltà legate al mancato raggiungimento del traguardo immaginato nel 1988, né la sua condivisione di alcune criticità espresse dalle Camere penali italiane.
“Ascoltando Magi, mi è sembrato di vedere due film diversi”, ha esordito, polemicamente, Giorgio Spangher, docente di procedura penale a La Sapienza di Roma. Il via ad una riflessione, particolarmente interessante, che ha preso come punto di partenza il Codice nato nell'88, “non accettato da tutta la magistratura”, e via via “modificato nel '92 e nel '99 secondo le dinamiche politiche”. Il docente è andato giù duro, ha sottolineato che “il modello si è deformato progressivamente per un problema culturale”. Perchè “il processo è uno strumento politico, e quello accusatoro può vivere sole se metterà radici nella cultura dell'opinione pubblica italiana, che non le ha. A differenza della società americana, che accetta le sentenze perchè crede al processo”.
Spangher ha poi puntato l'attenzione sul “giusto processo introdotto nel 2000, altra cosa rispetto al processo accusatorio”, ha rimarcato che “il principio dell'oralità previsto nell'88 è stato sostituito da quello del contraddittorio”, quindi ha ricordato il “progetto Riccio, caduto perchè il vostro sindaco (Clemente Mastella, ministro della giustizia nel governo Prodi) – ha detto rivolgendosi alla platea – si dimise”. Nel mirino sono finiti anche gli avvocati, “che devono, se non vogliono che siano tolte, far rispettare le regole, pretendendo che le violazioni di quelle dibattimentali siano sanzionate”: Anche qui è questione di cultura in un Paese in cui “l'illegalità è debordata e si è stratificata”. Insomma, un sistema è cerdibile solo se si dà delle regole e le rispetta.
Argomento ripreso da Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle Camere penali italiane, che ha messo in risalto le differenze tra “il clima che si respirava nell'88, dopo il caso Tortora, contro un sisitema inquisitorio ed autoritario, e quello attuale, con una parte della stampa, dell'opinione pubblica e della magistratura che avversa l'idea di un Codice dai principi accusatori”. Di qui la necessità di uno sforzo che deve impegnare tutti. Con gli avvocati “chiamati ad una sempre maggiore specializzazione, con la separazione della carriere dei magistrati”. E' la questione “di fondo, perchè non è possibile che i giudici, che devono essere indipendenti, siano contaminati dalla cultura dei Pm, e che loro carriere vengano disegnate dagli stessi”.
Enzo Spiezia
