Sanità, nel Mezzogiorno uno su dieci rinuncia alle cure: il nodo Campania

Liste d’attesa, Gimbe denuncia oltre quattro milioni di prenotazioni fuori tempo

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In Campania il 76,2% delle prime visite è classificato come programmabile entro 120 giorni. Cartabellotta: i ritardi vanno conteggiati senza attenuanti

Le liste d’attesa continuano a rappresentare uno degli ostacoli più pesanti nell’accesso alla sanità pubblica, soprattutto nelle aree del Paese dove alle difficoltà organizzative si aggiungono fragilità economiche e sociali. Nel Mezzogiorno, il 10,3% della popolazione ha rinunciato nel 2025 ad almeno una visita medica o a un accertamento diagnostico pur avendone bisogno. È il dato che emerge dal rapporto sul Benessere equo e sostenibile dell’Istat, pubblicato il 26 ottobre, mentre la Fondazione Gimbe richiama l’attenzione sui milioni di prenotazioni che continuano a superare i tempi massimi previsti dal Servizio sanitario nazionale.

La questione assume un rilievo particolare in Campania, dove il problema non riguarda soltanto la disponibilità delle prestazioni, ma anche il modo in cui vengono attribuite le classi di priorità. Secondo il monitoraggio nazionale, il 76,2% delle prime visite nella regione viene classificato come programmabile entro 120 giorni, una percentuale che impone di approfondire le differenze organizzative e i criteri adottati nelle diverse realtà territoriali. Il dato, da solo, non dimostra che quelle visite siano state effettuate in ritardo, ma solleva interrogativi sull’effettiva capacità del sistema di distinguere le esigenze cliniche più immediate da quelle differibili.

Quattro milioni di prenotazioni oltre i tempi

Il quadro nazionale elaborato dalla Fondazione Gimbe sulla base della Piattaforma nazionale liste di attesa evidenzia un miglioramento delle percentuali di rispetto delle scadenze, senza una corrispondente diminuzione del numero assoluto delle prenotazioni fuori tempo.

Nei primi nove mesi del 2026, considerando anche gli sforamenti più contenuti rispetto ai tempi massimi, le prenotazioni oltre soglia risultano 4.057.139, contro le 4.027.484 dello stesso periodo del 2025. L’aumento è dello 0,7%. Le prime visite specialistiche interessate sono 2.624.177, pari al 21,4% del totale, mentre gli esami diagnostici raggiungono quota 1.432.962, corrispondente al 15%.

La quota complessiva delle prenotazioni fuori garanzia scende dal 20,4% al 18,6%, ma il numero effettivo cresce perché aumenta il volume delle richieste. È questa la contraddizione evidenziata dal presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta: il sistema riesce a gestire un numero maggiore di prenotazioni, ma non riduce il totale di quelle che non rispettano i termini previsti.

Campania, il problema delle priorità

Il caso della Campania merita un’attenzione specifica. La percentuale delle prime visite classificate come programmabili entro 120 giorni raggiunge il 76,2%, contro il 4,1% della Toscana. In Basilicata la stessa classificazione interessa l’85,4% delle prenotazioni.

Differenze così ampie non consentono confronti immediati sulla qualità dei servizi regionali, perché possono riflettere modalità diverse di attribuzione delle priorità. Evidenziano però la necessità di verificare se le classificazioni rispondano in modo omogeneo ai bisogni clinici dei pazienti.

Per un cittadino campano, infatti, la distinzione tra una prestazione urgente, breve, differibile o programmabile può tradursi in tempi di accesso profondamente diversi. La classe assegnata alla prescrizione diventa quindi un elemento essenziale per capire se la risposta sanitaria arriva quando è realmente necessaria.

Il Mezzogiorno e la rinuncia alle cure

Il rapporto Istat aggiunge un altro elemento al quadro. Nel 2025, in Italia, oltre 5,6 milioni di persone hanno dichiarato di aver rinunciato almeno una volta a visite o accertamenti necessari. La quota nazionale è del 9,6%, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.

Nel Mezzogiorno la percentuale sale al 10,3%, contro l’8,7% del Nord. Il Centro registra il valore più elevato tra le grandi ripartizioni territoriali, con il 10,7%.

Le lunghe attese costituiscono la motivazione più frequentemente indicata a livello nazionale, con il 6,5% della popolazione, seguite dalle difficoltà economiche, che riguardano il 5,2%. Le motivazioni possono sovrapporsi: chi non riesce a ottenere un appuntamento in tempi adeguati può trovarsi anche nell’impossibilità di ricorrere a una struttura privata.

Nel Sud questa combinazione assume particolare importanza perché il reddito disponibile e le condizioni sociali possono restringere ulteriormente le alternative per chi deve sottoporsi a una visita o a un esame.

Anche le urgenze restano fuori garanzia

I ritardi non riguardano soltanto le prestazioni programmabili. Dall’analisi della Fondazione Gimbe emerge che il 19,5% delle prenotazioni urgenti non rispetta il termine massimo di tre giorni previsto per questa classe di priorità. La quota raggiunge il 18,3% per le prime visite e il 22,7% per gli esami diagnostici.

Per le prestazioni con priorità breve, da garantire entro dieci giorni, resta fuori tempo il 19,4% delle visite e il 21,8% degli esami. Le prime visite differibili, previste entro trenta giorni, superano invece il limite nel 26,6% dei casi.

Sono percentuali che descrivono una criticità particolarmente rilevante: il ritardo non interessa esclusivamente le richieste considerate meno pressanti, ma coinvolge anche prestazioni per le quali il medico ha indicato la necessità di un accesso rapido.

La sfida per la sanità campana

Per la Regione Campania, così come per le altre amministrazioni del Mezzogiorno, la questione centrale è trasformare l’aumento delle prestazioni disponibili in una riduzione effettiva dei tempi di accesso.

Il monitoraggio nazionale permette di individuare alcuni segnali di miglioramento, ma mostra anche i limiti di una valutazione basata soltanto sulle percentuali complessive. Occorre distinguere tra visite ed esami, classi di priorità e singole prestazioni, verificando quanti cittadini riescano a ottenere una risposta entro i termini prescritti.

Il dato sulle rinunce alle cure aggiunge una dimensione ulteriore. Non tutti i bisogni sanitari si trasformano in una prenotazione: una parte dei cittadini rinuncia prima ancora di entrare nel sistema. È anche su questa domanda rimasta inespressa che si misura la capacità della sanità pubblica di garantire un accesso equo alle prestazioni.