"Sei un criminale". Parole come pietre quelle pronunciate nell'aula di tribunale dal pubblico ministero Alessandro Milita, procuratore aggiunto di Napoli, all'indirizzo di Gaetano Manganelli, ex comandante della Polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere e oggi alla guida dell'istituto penitenziario di Salerno.
È uno dei momenti di massima tensione della requisitoria nel maxiprocesso sulla "orribile mattanza" come la definì il gip nell'ordinanza con 52 misure cautelari avvenuta il 6 aprile 2020 nei confronti dei detenuti, in pieno lockdown da Covid-19. Per Manganelli, ritenuto una figura chiave dell'intera vicenda, la Procura ha avanzato una richiesta di condanna a 14 anni di reclusione.
"Chiuso in ufficio mentre picchiavano": la condotta "furba" del comandante
Secondo la ricostruzione dell'accusa, Manganelli avrebbe avuto una responsabilità diretta e consapevole nella gestione dei pestaggi all'interno del reparto Nilo, pur senza aver preso parte fisicamente alle aggressioni. Una scelta strategica che il pm Milita non ha esitato a definire "furba": rimanere chiuso nel proprio ufficio per non apparire nei corridoi della violenza, pur essendo perfettamente al corrente di ciò che stava accadendo. "Lei sapeva dei detenuti pestati, sapeva delle loro sofferenze", ha accusato il magistrato rivolgendosi direttamente all'imputato presente in aula, richiamando la sorte dei 15 reclusi identificati come promotori della protesta del giorno prima, scoppiata dopo la notizia di un caso positivo al Covid.
Dure anche le contestazioni sui procedimenti disciplinari mossi da Manganelli a carico delle stesse vittime dei pestaggi: "Come fai a fare provvedimenti disciplinari per persone pestate, per dei poveracci che sai perfettamente essere stati pestati? Io ho scritto aberrante, si può dire mostruoso. Lei lo sa, e lo moltiplichi per un miliardo".
L'ex provveditore Fullone e il depistaggio di Stato: "Dispose tutto lui"
L'impianto accusatorio della Procura ricostruisce un disegno coordinato ai vertici dell'amministrazione penitenziaria campana, volto non solo a eseguire la spedizione punitiva, ma anche a coprirne le tracce. Per l'ex provveditore regionale Antonio Fullone, la richiesta di pena è di 10 anni di reclusione.
"Il 6 aprile 2020 fu Antonio Fullone a disporre tutto, arrogandosi diritti che non aveva e agendo in modo sconsiderato. Dispose la perquisizione e fu il promotore dei provvedimenti disciplinari, spingendo per l'isolamento preventivo dei detenuti e violando così ogni diritto di difesa", ha scandito Milita.
Ancor più grave la posizione di Francesca Acerra, all'epoca a capo del NIR (Nucleo Investigativo Regionale) della Penitenziaria, per la quale sono stati chiesti 9 anni di carcere senza generiche. Quale responsabile della polizia giudiziaria che avrebbe dovuto indagare sui fatti, Acerra è accusata di aver preferito "sviare le indagini":
L'affondo del PM: "Acerra è il tecnico asservito a Fullone che svia il suo ufficio per fare operazione di depistaggio, mistificazione e contro-indagine al fine di ridurre o impedire ab origine questo processo. Siamo qua perché ha fallito Acerra".
Le altre richieste: dai vertici della struttura ai "jolly" dei reparti
La linea del ministero pubblico colpisce l'intera catena di comando e di esecuzione operativa presente quel 6 aprile 2020:
Salvatore Mezzarano (Sovrintendente della Penitenziaria): chiesta una condanna a 12 anni di reclusione. Definito dal pm come un "jolly che appare dappertutto", avrebbe avuto un ruolo operativo di primissimo piano nelle percosse.
Maria Parenti e Arturo Rubino (ex dirigenti di vertice): chiesti 8 anni di reclusione ciascuno (la direttrice titolare Carfora era assente per malattia). Per la Parenti pesa la contestazione di essere stata consapevole del "mantenimento della condizione di maltrattamento" ai danni del detenuto Hakimi nel reparto di isolamento Danubio.
Un sistema sotto accusa
Il quadro tracciato dalla Procura al termine della requisitoria disegna uno scenario di violenze sconsiderate e successivi tentativi sistematici di inquinamento probatorio. Per gli inquirenti, le responsabilità di dirigenti, comandanti e agenti si saldano in un unico disegno che ha calpestato le garanzie costituzionali e la dignità dei reclusi, trasformando una perquisizione straordinaria in una pagina nerissima per le istituzioni democratiche.
