Sessantatré ettari di natura che rischiano di trasformarsi in un perimetro di sbarre e cemento. Il Ministero dell'Interno ha rotto gli indugi: l’area denominata “Parco umido La Piana”, a Castel Volturno, è stata ufficialmente designata come sede del nuovo Centro per il rimpatrio (CPR). Il progetto prevede un investimento imponente, superiore ai 43 milioni di euro, per una struttura capace di trattenere inizialmente centoventi stranieri irregolari, con una clausola di "rimodulazione" che lascia presagire un ampliamento in caso di flussi massicci. La notizia ha agito come un detonatore in un territorio che, pur tra mille difficoltà, da anni cerca di riscrivere la propria narrazione attraverso l'inclusione. La reazione più dura è arrivata proprio dalla Chiesa: monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, ha espresso un dissenso netto, chiedendosi perché si sia scelto di colpire proprio una città che sta faticosamente provando a proporsi come laboratorio d'integrazione, sfidando l'immagine di luogo di degrado ambientale e sociale.
Lunedì la conferenza stampa: nasce il fronte del dissenso
Il fronte del "no" non è solo un'espressione di sdegno, ma si sta strutturando in una resistenza organizzata. Domani, lunedì 27 aprile, alle ore 11:00, monsignor Lagnese terrà una conferenza stampa presso il Centro Fernandes, cuore pulsante delle attività parrocchiali per l'inserimento degli stranieri. Al suo fianco ci saranno il Comitato don Diana, Libera e una galassia di associazioni che vedono in questo bando il tradimento di decenni di lavoro sul campo. L'obiettivo dell'incontro è chiaro: costituire un comitato ufficiale per opporsi con ogni mezzo legale e politico all'apertura di quella che viene definita una "struttura di detenzione". Per la Curia e il Terzo Settore, investire milioni nell'esclusione in un territorio che soffre di povertà cronica - sia italiana che straniera - è un controsenso logico e morale che le coscienze cristiane e civili non possono tollerare.
Sergio Serraino (Emergency): "Un mostro giuridico da abolire"
Per capire cosa accada realmente dietro quei muri, abbiamo parlato con Sergio Serraino di Emergency, che nel 2025 ha partecipato a un monitoraggio nazionale toccando con mano la realtà dei centri italiani e albanesi. "Quello che abbiamo constatato – spiega Serraino – è un peggioramento sistematico delle condizioni psicofisiche delle persone trattenute. Abbiamo appurato l’utilizzo improprio di psicofarmaci, atti di autolesionismo e continui tentati suicidi". Secondo il medico di Emergency, queste strutture sono vere e proprie "istituzioni totali", paragonabili ai vecchi manicomi, dove la dignità umana viene calpestata in nome di una detenzione amministrativa che non è altro che un mostro giuridico. "A Castel Volturno esiste una rete solidale che lavora da trent’anni per l’inclusione -prosegue Serraino - e stanziare fondi per l’esclusione anziché per i servizi di cui la popolazione, sia italiana che straniera, ha disperatamente bisogno, è un errore imperdonabile".
Ventotto anni di barbarie: dal Libro Bianco alle morti di Trapani
La memoria corta è spesso il miglior alleato delle politiche fallimentari. Sergio Serraino ricorda come il primo dossier su questi centri risalga addirittura al 2002, con il Libro Bianco sul CPT di Trapani. Era la notte tra il 28 e il 29 dicembre 1999 quando l’inferno divampò in una cella chiusa: sei giovani tunisini morirono bruciati vivi o per le ustioni riportate dopo un tentativo di fuga. Quella fu solo la prima di una lunga serie di tragedie che hanno costellato ventotto anni di violazioni ininterrotte. Nonostante i cambi di nome - da CPT a CIE, fino agli odierni CPR - la sostanza è rimasta la medesima. Già nel 2003 si denunciava la "sedazione di massa" come strumento di gestione dell'ordine interno. Tutto questo accade oggi come accadeva ieri, indipendentemente dal colore del governo in carica, perché la natura stessa di questi centri è incompatibile con lo Stato di diritto.
L'aberrazione giuridica e il fallimento del rimpatrio forzato
Se in quasi tre decenni nulla è cambiato, la ragione risiede nel motivo stesso per cui questi centri esistono: il rimpatrio forzato. La detenzione amministrativa colpisce donne e uomini che, esercitando il proprio diritto di fuga da condizioni inaccettabili, vengono privati della libertà senza aver commesso un reato. È una logica che richiama quella dei campi di concentramento, un'aberrazione che non può essere né migliorata né ripensata, ma solo abolita. Dire no al CPR di Castel Volturno non significa solo proteggere un territorio martoriato, ma contestare un modello che fallisce ovunque venga applicato, da Trento alla Sicilia. La battaglia non è più solo una questione di localizzazione geografica, ma di dignità universale: i CPR non sono strumenti di sicurezza, sono la prova del fallimento di una politica che ha rinunciato a gestire la realtà per rifugiarsi nella simbologia della repressione.
Una scelta fallimentare tra visibilità ed efficacia
Il problema di fondo, che unisce il grido del Vescovo Lagnese alle analisi di Emergency, risiede nella natura fallimentare del modello CPR. È un intervento che privilegia la visibilità politica rispetto all'efficacia reale, agendo quando l'irregolarità è già consolidata invece di investire in canali legali e integrazione diffusa (come il sistema SAI). A Castel Volturno, il progetto dei 43 milioni rischia di trasformarsi in un monumento allo spreco e alla marginalizzazione. Se governare significa assumersi la responsabilità della complessità, la scelta della "Piana" appare come l'ennesima semplificazione permanente: un muro che non risolverà il problema migratorio, ma che distruggerà definitivamente l'equilibrio di una terra che aveva scelto, contro tutto e tutti, la via dell'accoglienza.
