Il racconto dell’accusa. «Quando terminai la requisitoria, che durò otto giorni, non riuscii ad alzarmi dalla sedia». Con queste parole Giuseppe Ayala, ex pubblico ministero dell’accusa, ha ricordato uno dei momenti più intensi del maxiprocesso alla mafia. Ayala ha spiegato di aver atteso che l’aula si svuotasse prima di essere sorretto da due carabinieri: «Fu uno sforzo anche fisico enorme», ha detto intervenendo all’incontro “Dentro il maxiprocesso. Memoria e tecnologia a 40 anni dall’inizio del processo alla mafia”.
La svolta nella lotta a Cosa nostra
Ayala ha collocato quei giorni nel contesto di una vera guerra dichiarata allo Stato. «La mafia uccideva magistrati e uomini delle istituzioni», ha ricordato, sottolineando l’intuizione di Giovanni Falcone di adottare un approccio unitario contro i clan. L’arrivo dei primi collaboratori di giustizia segnò, secondo l’ex pm, una svolta storica: per la prima volta lo Stato dimostrò che, quando vuole, può ottenere risultati concreti contro l’organizzazione criminale.
Un luogo dell’anima
A definire il valore simbolico di quell’esperienza è stato il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini. L’aula bunker del carcere Ucciardone, dove si celebrò il processo, è stata descritta come «un luogo dell’anima», teatro di una vera autocoscienza nazionale. «Nel 1986 tutta l’Italia conobbe Cosa nostra per quello che era», ha affermato, ricordando come la costruzione stessa dell’aula rappresentò una scelta di coraggio e collaborazione tra le istituzioni, nonostante i timori per la sicurezza.
La forza dello Stato
Morosini ha ribadito che il maxiprocesso mostrò plasticamente la volontà dello Stato di combattere la mafia nel suo territorio. Celebrarlo oggi, quarant’anni dopo, significa riaffermare il valore di quella risposta collettiva e la memoria di un passaggio decisivo nella storia repubblicana.
