Il Melonellum rallenta prima ancora di entrare nel vivo. La nuova legge elettorale sostenuta dalla maggioranza arriverà all’esame dell’Aula della Camera il 14 luglio, dopo il passaggio del 26 giugno dedicato alla discussione generale. La decisione è maturata nella conferenza dei capigruppo di Montecitorio, chiamata a ridefinire il calendario del provvedimento in una fase già segnata dalle tensioni tra governo e opposizioni.
Lo slittamento è stato motivato anche con le difficoltà previste nei trasporti della prossima settimana. Una spiegazione che ha subito aperto un fronte politico parallelo. La capogruppo del Partito democratico, Chiara Braga, ha commentato con una battuta rivolta al ministro delle Infrastrutture: per chiarimenti sui treni, ha detto, bisogna “citofonare Salvini”. L’affondo richiama una formula polemica ormai entrata nel lessico politico e sposta il confronto dal merito della legge elettorale alla gestione della rete ferroviaria.
Il rinvio diventa un caso politico
Per le opposizioni, il problema non sarebbe solo logistico. Riccardo Magi, segretario di Più Europa, ha letto lo slittamento come il segnale di un disagio interno alla maggioranza, più che di un’emergenza nei collegamenti ferroviari. La contestazione riguarda anche il contingentamento dei tempi, giudicato troppo stretto per una riforma destinata a incidere sul modo in cui gli italiani eleggeranno il Parlamento.
La tensione si somma a un percorso già accelerato nelle scorse settimane. Il testo era stato licenziato dalla commissione Affari costituzionali e calendarizzato per l’Aula dal 26 giugno, tra le proteste delle opposizioni che avevano parlato di forzatura. La proposta prevede un impianto proporzionale con premio di maggioranza, collegato al raggiungimento di una soglia del 42 per cento da parte della coalizione vincente. Il premio sarebbe di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, entro un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori per la coalizione beneficiaria.
La replica di Salvini
Matteo Salvini ha respinto l’idea che il calendario della legge elettorale possa essere legato al caos ferroviario. Il vicepremier leghista ha sostenuto di non essere né un esperto né un appassionato della materia e ha rimandato il dossier a chi nella maggioranza segue più da vicino il testo. Sui trasporti, ha rivendicato l’esistenza di cantieri programmati per rendere la rete più moderna e sicura, pur riconoscendo che i lavori possono produrre ritardi.
Il riferimento ai treni non arriva nel vuoto. Nei giorni scorsi erano stati segnalati disagi sulla linea verso Roma, con rallentamenti legati anche a lavori ferroviari nell’area di Firenze e possibili ripercussioni sugli spostamenti dei parlamentari dal Nord. Secondo ricostruzioni di stampa, proprio questi problemi avevano alimentato l’ipotesi di un rinvio delle votazioni sulla riforma.
La maggioranza cerca l’intesa
Dietro la questione del calendario resta il nodo politico più delicato: l’equilibrio interno al centrodestra. Gli sherpa della maggioranza sono al lavoro per sciogliere le ultime riserve, a partire dal tema delle preferenze, non gradito a Forza Italia e Lega. Il confronto tocca anche il rapporto tra simboli, leader e indicazione del candidato premier.
Il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, ha aperto un ulteriore fronte osservando che, se la legge elettorale prevede l’indicazione del premier e se per le regole del centrodestra il nome sarà quello di Giorgia Meloni, anche la presenza dei nomi nei simboli dei partiti potrebbe diventare un tema di conformità al nuovo impianto.
Le opposizioni preparano la battaglia
Da Alleanza Verdi e Sinistra, la capogruppo Luana Zanella ha denunciato tempi di intervento ridotti e inadeguati per una riforma di questa portata. Il fronte contrario al Melonellum insiste su due punti: il rischio di comprimere il dibattito parlamentare e la permanenza di liste bloccate, considerate uno strumento che rafforza le segreterie di partito a scapito della scelta diretta degli elettori.
La partita, ora, si sposta al 14 luglio. Fino ad allora la maggioranza dovrà dimostrare di avere un accordo non solo sui numeri, ma anche sul contenuto finale della riforma. Le opposizioni, invece, proveranno a trasformare il rinvio in un argomento politico: non una pausa tecnica, ma il segno che il Melonellum resta una legge divisiva anche dentro la coalizione che l’ha voluta.
