Di Battista valuta il ritorno: Schierarsi può diventare una lista

L’ex deputato attende la legge elettorale e misura la forza della sua rete nazionale

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La raccolta firme contro i contributi pubblici ai giornali diventa un test organizzativo. Di Battista guarda ai delusi del M5S e alla sinistra radicale, ma deciderà soltanto vicino alle elezioni

Alessandro Di Battista torna a muoversi ai confini della politica elettorale. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle non ha ancora deciso di partecipare alle prossime elezioni politiche, ma l’ipotesi di trasformare l’associazione Schierarsi in una presenza organizzata alle urne viene ormai considerata concreta nel suo ambiente.

La scelta dipenderà soprattutto dalla legge elettorale e dalla possibilità di costruire liste competitive in tutte le circoscrizioni. Di Battista non sembra interessato a un’operazione testimoniale, destinata soltanto a portare il proprio nome sulla scheda. Prima di compiere il passo vuole verificare l’esistenza di una struttura nazionale, di candidati riconoscibili e di un consenso sufficiente a superare le soglie previste dal sistema di voto.

Uno spazio tra astensione e delusione grillina

Il possibile progetto politico avrebbe come primo bacino gli elettori che negli ultimi anni hanno abbandonato il Movimento 5 Stelle, insieme a una parte della sinistra radicale, dei movimenti pacifisti e dell’area dell’astensione. Di Battista continua a non definirsi un esponente della sinistra, ma le campagne condotte da Schierarsi su Gaza, pace, sanità pubblica e diritti sociali intercettano soprattutto quell’elettorato.

A favorire una possibile iniziativa autonoma potrebbe essere anche l’ingresso di Matteo Renzi nella coalizione progressista. Di Battista considera probabile una ricomposizione tra l’ex presidente del Consiglio, il Partito democratico e gli altri soggetti del campo largo. Uno scenario che potrebbe allontanare dal centrosinistra una parte degli elettori pentastellati e offrire spazio a una lista più radicale sui temi sociali e internazionali.

Il rapporto con il Movimento guidato da Giuseppe Conte resta quindi centrale. Una candidatura di Schierarsi potrebbe sottrarre voti, attivisti e figure territoriali proprio al M5S, soprattutto nelle aree dove l’accordo con il Pd e con forze centriste viene percepito come una rinuncia all’identità originaria.

La raccolta firme come prova organizzativa

Il principale banco di prova è stata la campagna referendaria per abolire i contributi pubblici diretti ai giornali. L’iniziativa, promossa da Schierarsi attraverso banchetti e sottoscrizioni digitali, ha permesso all’associazione di verificare la capacità di mobilitare volontari, coordinare strutture locali e raggiungere cittadini fuori dai tradizionali spazi mediatici.

Secondo i dati diffusi dall’organizzazione e riportati nelle ricostruzioni più recenti, le firme avrebbero superato quota 310 mila, delle quali circa 256 mila raccolte attraverso la piattaforma digitale. Il traguardo necessario per presentare la richiesta referendaria è fissato a 500 mila sottoscrizioni. La campagna era partita alla fine di aprile e aveva già superato le 130 mila adesioni nella prima metà di maggio e le 200 mila all’inizio di giugno.

Al di là del risultato finale, l’operazione ha fornito a Di Battista indicazioni sulla consistenza della rete. La raccolta è stata condotta prevalentemente da volontari e senza il sostegno di un partito presente in Parlamento, elemento che nell’associazione viene considerato una dimostrazione di autonomia e capacità organizzativa.

I nomi attorno a Schierarsi

Tra le personalità più vicine al progetto figurano Barbara Lezzi e Alessio Villarosa, entrambi provenienti dal Movimento 5 Stelle e da tempo impegnati nelle iniziative di Schierarsi. L’ex ministra per il Sud mantiene una forte presenza sui social e rappresenta una delle voci più critiche verso il progressivo avvicinamento del M5S alle altre forze del centrosinistra.

Attorno all’associazione gravitano anche personalità esterne alla politica di partito. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ha partecipato a iniziative dedicate alla guerra di Gaza e al riconoscimento dello Stato di Palestina. La sua presenza pubblica non equivale però a una disponibilità elettorale e, allo stato, non risultano candidature definite.

Lo stesso vale per il magistrato Nino Di Matteo, coinvolto con Di Battista nella campagna per il referendum sulla Giustizia ma già intervenuto per escludere una propria discesa in campo. Anche Enzo Iacchetti ha sostenuto alcune battaglie dell’associazione, compresa la raccolta firme sull’editoria, senza che ciò implichi un futuro impegno nelle liste.

La strategia immaginata non sarebbe comunque fondata soltanto su personaggi conosciuti. Schierarsi starebbe valutando il coinvolgimento di giovani con competenze professionali e radicamento territoriale, da presentare con criteri omogenei nelle diverse regioni. Proprio la capacità di selezionare una classe dirigente credibile viene considerata una delle condizioni indispensabili per passare dall’attivismo alla competizione elettorale.

La variabile della legge elettorale

La decisione non arriverà in tempi brevi. Di Battista intende attendere la conclusione del confronto sulla riforma elettorale, perché il sistema scelto determinerà soglie, alleanze e convenienza di una lista autonoma.

Un impianto proporzionale potrebbe favorire una forza capace di conquistare uno spazio nazionale delimitato, mentre un sistema fortemente maggioritario renderebbe più difficile competere senza accordi con le coalizioni principali. Anche la presenza delle preferenze avrebbe un peso, perché consentirebbe di valorizzare candidati locali e figure già attive nelle campagne dell’associazione.

La scelta dovrebbe quindi essere maturata soltanto a pochi mesi dal voto, quando saranno più chiari il quadro normativo, gli equilibri del centrosinistra e la consistenza delle liste che Di Battista potrebbe mettere in campo.

La pressione sul Movimento 5 Stelle

Nel M5S l’ipotesi viene osservata con preoccupazione. Schierarsi potrebbe attrarre soprattutto gli attivisti legati alla prima stagione del Movimento, contrari alle alleanze strutturali e delusi dalla progressiva istituzionalizzazione del partito.

Tra i temi capaci di alimentare la distanza figura anche il possibile sostegno pentastellato alla ricandidatura del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Per una parte della base, un accordo con il Pd nella Capitale rappresenterebbe un ulteriore passaggio verso un centrosinistra tradizionale, lasciando scoperto lo spazio politico dell’opposizione radicale.

Di Battista potrebbe provare a occupare proprio questo spazio senza riprodurre integralmente il vecchio Movimento. Schierarsi è nata nel 2023 come associazione culturale senza scopo di lucro e ha sviluppato gruppi territoriali attorno a sostenibilità, pace, autodeterminazione dei popoli e contrasto alla criminalità organizzata. Nei suoi interventi pubblici l’ex deputato ha più volte presentato l’attività politica fuori dal Parlamento come il centro del progetto.

Settembre come primo passaggio

L’associazione sta ragionando su una manifestazione nazionale per settembre, dedicata a Gaza, pace e lavoro. L’appuntamento potrebbe servire a rilanciare le campagne in corso, mostrare la capacità di mobilitazione e avviare una nuova fase politica.

Non è detto che in quell’occasione venga annunciata una lista. Più probabilmente, la manifestazione rappresenterà un ulteriore test sulla partecipazione, sulla risposta dei territori e sulla possibilità di aggregare figure provenienti da esperienze differenti.

La presenza di Di Battista alle prossime elezioni resta quindi una possibilità, non una decisione già assunta. La tentazione è evidente, ma l’ex parlamentare vuole evitare un ritorno privo di prospettive. Prima di candidarsi dovrà dimostrare che Schierarsi è in grado di trasformare le campagne tematiche in consenso elettorale, senza disperdere l’identità costruita lontano dalle istituzioni.

La sfida del guastatore progressista

Nel campo progressista l’eventuale lista viene paragonata al fenomeno prodotto da Roberto Vannacci nel centrodestra: una forza esterna o laterale capace di mettere sotto pressione le leadership tradizionali, intercettare il malcontento e modificare gli equilibri delle coalizioni.

Il paragone riguarda soprattutto la funzione politica, non i contenuti. Di Battista potrebbe diventare il riferimento di chi non si riconosce nell’alleanza tra Pd, M5S e centro riformista, obbligando Conte e Elly Schlein a confrontarsi con una concorrenza alla loro sinistra e sul terreno dell’astensione.

Resta da capire se questa domanda politica sia abbastanza ampia da sostenere una lista nazionale. Le firme raccolte, gli eventi sull’intero territorio e la capacità di attrarre attenzione mostrano l’esistenza di una rete. Soltanto le prossime mosse diranno se quella rete sarà utilizzata per influenzare il dibattito o per tornare direttamente nelle urne.