Bignami, sei affermazioni smentite dai fatti nel caso Delmastro

Dal voto su Borsellino al 41-bis: il discorso alla Camera riaccende lo scontro sulla memoria

bignami sei affermazioni smentite dai fatti nel caso delmastro

Dopo il no alle chat tra Delmastro e Caroccia, il capogruppo FdI Galeazzo Bignami difende la storia antimafia della destra. Ma diversi passaggi del suo intervento non reggono alla verifica di atti e fonti d'archivio

Sei affermazioni in pochi minuti, tutte destinate a trasformare una vicenda giudiziaria e parlamentare del presente in una battaglia sulla memoria dell'antimafia. È accaduto alla Camera, durante lo scontro seguito alla decisione di negare alla Procura di Roma l'utilizzo delle conversazioni tra l'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Caroccia.

Con 206 voti favorevoli alla relazione della Giunta per le autorizzazioni e 133 contrari, Montecitorio ha detto no alla richiesta dei magistrati. Delmastro non è indagato, mentre Caroccia è coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio collegata alla vicenda della Bisteccheria d'Italia e al clan Senese. La maggioranza ha sostenuto che il diniego tuteli le prerogative parlamentari previste dall'articolo 68 della Costituzione. Le opposizioni hanno parlato invece di uno «scudo» politico.

È in quel clima che il capogruppo di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignami, ha spostato il confronto sul terreno della storia. Ha rivendicato l'antimafia della destra richiamando Paolo Borsellino, Oscar Luigi Scalfaro, il 41-bis, Francesco Cossiga, Giovanni Conso e infine l'arresto di Matteo Messina Denaro. Il problema è che, messi in fila e confrontati con gli atti, diversi passaggi risultano falsi o profondamente fuorvianti.

Borsellino al Quirinale, cosa accadde davvero

Bignami ha sostenuto che per il Movimento sociale italiano fu una «sconfitta» non essere riuscito a eleggere Paolo Borsellino presidente della Repubblica nel maggio del 1992.

Un dato vero esiste: all'undicesimo scrutinio Borsellino raccolse 47 voti, dopo l'indicazione del segretario missino Gianfranco Fini. Ma il contesto cambia radicalmente il significato politico attribuito oggi a quel voto. Il magistrato era stato preventivamente contattato dal deputato Msi Guido Lo Porto, suo vecchio compagno di scuola, e aveva manifestato la propria contrarietà a una candidatura dimostrativa. In una dichiarazione dell'epoca auspicò che si arrivasse rapidamente all'elezione del capo dello Stato con candidati seri e non attraverso voti puramente simbolici. Dopo quello scrutinio il Msi non ripropose la candidatura Borsellino.

Dire quindi che il Msi votò Borsellino è corretto. Presentare quell'episodio come una vera battaglia parlamentare persa per portarlo al Quirinale restituisce invece una rappresentazione incompleta di ciò che avvenne.

Scalfaro non fu «il presidente della sinistra»

Il secondo passaggio riguarda Oscar Luigi Scalfaro. Secondo Bignami sarebbe stata «la sinistra» a farlo eleggere presidente della Repubblica.

Anche qui i numeri raccontano altro. Scalfaro fu eletto il 25 maggio 1992, due giorni dopo la strage di Capaci, al sedicesimo scrutinio, con 672 voti su 1.002 votanti. Una maggioranza di quelle dimensioni non poteva essere espressione della sola sinistra. La sua elezione arrivò dopo lo choc per l'assassinio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta e raccolse un sostegno parlamentare larghissimo. Tra le forze che non lo sostennero figurava, peraltro, anche Rifondazione comunista. I dati ufficiali del Quirinale confermano i 672 voti ottenuti da Scalfaro.

I 334 detenuti non furono liberati da Scalfaro

È sul 41-bis che la ricostruzione pronunciata in Aula presenta l'errore più evidente. Bignami ha attribuito a Scalfaro la «liberazione» di circa 300 mafiosi dal carcere duro. Nessuno di quei detenuti venne liberato dal carcere. Nel novembre del 1993 non furono prorogati 334 provvedimenti di applicazione del 41-bis: i detenuti interessati passarono dal regime speciale a quello ordinario. E la decisione non venne assunta dal presidente della Repubblica.

La responsabilità politica e amministrativa del mancato rinnovo fu dell'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso, che negli anni successivi la rivendicò personalmente. La documentazione parlamentare sulla stagione delle stragi ricostruisce esplicitamente il mancato rinnovo dei 334 decreti e precisa inoltre che 52 furono successivamente ripristinati.

Lo stesso punto è stato ricordato nelle ultime ore da Avvenire, dall'Azione cattolica e dal nipote dell'ex capo dello Stato, Paolo Cattaneo, intervenuti dopo il discorso del capogruppo FdI. Cattaneo ha accusato Bignami di non essersi documentato, mentre il mondo cattolico ha definito storicamente infondata l'attribuzione a Scalfaro della decisione sui detenuti.

Il paradosso Conso

Bignami ha poi sostenuto che quei detenuti sarebbero stati «rimandati in galera» grazie all'allora ministro Giovanni Conso.

È una ricostruzione rovesciata. I detenuti erano già in carcere e proprio Conso decise di non prorogare i 334 decreti di regime speciale. Non si trattò quindi né di persone liberate da Scalfaro né successivamente reincarcerate da Conso.

Sul significato politico di quella decisione si è discusso per decenni e la vicenda è entrata anche nelle indagini e nei processi sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Ma su chi adottò materialmente la scelta del novembre 1993 la documentazione parlamentare è chiara. Conso spiegò di aver deciso personalmente il mancato rinnovo.

Cossiga e l'impeachment

Un altro passaggio dell'intervento riguarda Francesco Cossiga. Bignami ha collegato le sue dimissioni dalla Presidenza della Repubblica alla richiesta di impeachment avanzata dalla sinistra.

Che il Pds avesse chiesto nel dicembre 1991 la messa in stato d'accusa di Cossiga è un fatto storico. Ma indicare quella iniziativa come causa delle dimissioni del presidente altera la successione degli eventi.

Cossiga lasciò il Quirinale il 28 aprile 1992, due mesi prima della scadenza naturale del mandato. Le motivazioni furono legate soprattutto al risultato delle elezioni politiche del 5 e 6 aprile, alla crisi del sistema dei partiti della Prima Repubblica e alla difficoltà di costruire una maggioranza stabile. La documentazione della Presidenza della Repubblica ricorda separatamente la precedente richiesta di messa in stato d'accusa del Pds.

L'arresto di Matteo Messina Denaro

La chiusura dell'intervento ha portato Bignami al presente. «Grazie a Giorgia Meloni, Matteo Messina Denaro è stato arrestato», è la rivendicazione attribuita al capogruppo.

Anche qui gli atti consentono di distinguere la legittima rivendicazione politica dell'impegno antimafia del governo dalla paternità di un'operazione investigativa.

Matteo Messina Denaro fu catturato il 16 gennaio 2023 dopo trent'anni di latitanza dai Carabinieri del Ros, al termine di un'indagine coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido. Lo stesso ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, nelle ore dell'arresto, rivolse i complimenti alla Procura di Palermo e all'Arma dei Carabinieri. Giorgia Meloni raggiunse Palermo e ringraziò magistrati e investigatori per l'operazione.

Attribuire direttamente alla presidente del Consiglio l'arresto del boss significa dunque trasformare in merito dell'esecutivo un risultato investigativo costruito dalla magistratura e dalle forze dell'ordine attraverso un'attività durata anni.

Dal caso Delmastro alla battaglia sulla storia

Il paradosso è che il confronto sulle chat di Delmastro è ormai quasi passato in secondo piano. Dopo il voto della Camera, il caso si sta spostando anche sul terreno costituzionale: Procura di Roma, difesa di Caroccia e presidente della Giunta per le autorizzazioni stanno valutando iniziative davanti alla Corte costituzionale sulla possibilità di accedere alle conversazioni negate da Montecitorio.

Nel frattempo la discussione politica si è trasformata in una contesa sulla memoria della lotta alla mafia. Ed è proprio quando vengono evocati nomi come Borsellino, Falcone, Scalfaro e la stagione delle stragi che la precisione storica diventa essenziale. Le opinioni politiche possono essere opposte. Date, votazioni, competenze istituzionali e provvedimenti del 41-bis, invece, restano verificabili.