Via il nome di Trump dal Kennedy Center

Il giudice impone il ritorno alla denominazione dedicata a JFK

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A Washington rimossa la scritta voluta da Trump sulla facciata del Kennedy Center. Bocciati i ricorsi per rinviare l’esecuzione dell’ordine giudiziario

All’alba, dopo alcune ore di ritardo legate al maltempo, gli operai hanno rimosso dalla facciata del John F. Kennedy Center for the Performing Arts il nome di Donald J. Trump, aggiunto meno di sei mesi fa alla denominazione dello storico centro culturale di Washington. La rimozione è arrivata dopo l’ordine del giudice federale Christopher R. Cooper, che ha stabilito che il nome dell’istituzione non può essere modificato senza un’apposita legge approvata dal Congresso.

La battaglia sul nome

La vicenda era nata dopo la decisione del board del Kennedy Center, rinnovato con figure vicine a Trump, di aggiungere il nome del presidente alla facciata e ai materiali ufficiali dell’istituzione. A contestare la scelta era stata la deputata democratica dell’Ohio, Joyce Beatty, componente del consiglio direttivo, che aveva impugnato l’operazione sostenendo l’illegittimità della modifica. Il tribunale le ha dato ragione, ordinando il ritorno alla denominazione originaria dedicata a John Fitzgerald Kennedy, il presidente assassinato a Dallas nel 1963.

Davanti all’edificio, mentre le lettere venivano staccate una dopo l’altra, si è raccolta una piccola folla. Secondo le ricostruzioni dei media statunitensi, alcuni presenti hanno scandito la frase “take it down”, trasformando un intervento tecnico sulla facciata in una scena dal forte significato politico. Tra i presenti è stata segnalata anche Joyce Beatty, che ha salutato la rimozione come una vittoria istituzionale.

Il no ai ricorsi

Il tentativo del consiglio direttivo del Kennedy Center e del Dipartimento di Giustizia di bloccare o rinviare l’esecuzione dell’ordine non ha prodotto effetti. Il giudice Cooper aveva già respinto la richiesta di sospensione, mentre un ricorso d’emergenza davanti alla corte d’appello non ha fermato la rimozione della scritta. La decisione ha confermato il principio centrale della sentenza: un’istituzione federale intitolata per legge non può essere rinominata per decisione amministrativa o politica.

La controversia non si è limitata alla facciata. Lo stesso giudice ha bloccato anche il piano che avrebbe previsto la chiusura del Kennedy Center per due anni, ufficialmente per lavori di ristrutturazione. Il board aveva sostenuto la necessità di intervenire su criticità strutturali dell’edificio, ma il tribunale ha ritenuto insufficiente il percorso seguito per arrivare a una decisione di tale impatto su una delle principali istituzioni culturali americane.

Una sconfitta simbolica

Il caso ha assunto un valore che va oltre la gestione di un edificio pubblico. Il Kennedy Center, inaugurato nel 1971, è uno dei luoghi più rappresentativi della cultura americana e porta il nome di JFK come omaggio nazionale alla sua figura. L’aggiunta del nome di Trump era stata letta dai critici come un gesto di appropriazione politica di uno spazio simbolico, mentre i sostenitori del presidente la difendevano come parte di una più ampia revisione della presenza federale nella capitale.

La rimozione avviene nel giorno dell’ottantesimo compleanno di Donald Trump, circostanza che ha accentuato la forza simbolica dell’episodio. Per Joyce Beatty e per i democratici che hanno sostenuto il ricorso, la sentenza segna un limite giuridico alla personalizzazione delle istituzioni pubbliche. Per il presidente e per il board da lui sostenuto, resta invece una battuta d’arresto in una battaglia che intreccia cultura, potere e memoria nazionale.