Gaza, Netanyahu respinge il piano Usa: «Hamas deve disarmare»

Israele esclude il ritiro prima della consegna delle armi. Gli Houthi colpiscono Mokha

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Netanyahu boccia il piano americano in 15 punti e condiziona ogni ritiro da Gaza al disarmo completo di Hamas. Nuova escalation anche nello Yemen, mentre l'Unicef denuncia oltre 300 bambini uccisi nella Striscia dal cessate il fuoco

La nuova fase del piano americano per Gaza si scontra con il no di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha respinto il documento in 15 punti sostenuto dall'amministrazione di Donald Trump, chiarendo che le forze israeliane non lasceranno le posizioni occupate nella Striscia finché Hamas non sarà completamente disarmato. Una posizione che riapre lo scontro sulla sequenza delle mosse previste per consolidare il cessate il fuoco e rischia di complicare la mediazione degli Stati Uniti.

La tensione intanto si allarga ancora una volta allo Yemen. Gli Houthi hanno rivendicato una vasta operazione contro il porto di Mokha, sul Mar Rosso, mentre fonti del governo yemenita riconosciuto internazionalmente hanno riferito di almeno sette morti. Nella stessa giornata il gruppo filo-iraniano ha annunciato anche un attacco contro la raffineria saudita di Jazan.

Il no di Netanyahu al piano americano

«Israele respinge il documento in 15 punti». Netanyahu ha formalizzato la posizione aprendo la riunione del governo. Il nodo centrale riguarda il rapporto tra il ritiro delle truppe israeliane e la consegna delle armi da parte di Hamas. Per il premier non può esserci alcun arretramento dell'esercito prima di un disarmo effettivo dell'organizzazione palestinese.

Il piano sostenuto dagli Stati Uniti prevede invece un percorso graduale. Il disarmo di Hamas dovrebbe procedere per fasi, parallelamente al progressivo ritiro israeliano dalle aree della Striscia ancora controllate militarmente. È proprio questa contemporaneità che il governo israeliano contesta.

Netanyahu ha insistito sulla necessità di un disarmo «reale», comprendente tutte le categorie di armamenti. Hamas, dal canto suo, ha legato l'attuazione dell'intesa alla cessazione degli attacchi israeliani e al ritiro delle forze verso la cosiddetta Yellow Line stabilita dal precedente accordo sul cessate il fuoco.

Il risultato è uno stallo sulla questione decisiva: chi debba compiere il primo passo.

La distanza tra Washington e Gerusalemme

La presa di posizione israeliana rende evidente una divergenza con Washington. Trump aveva presentato l'intesa sul disarmo come un passaggio decisivo verso una soluzione più stabile per Gaza, mentre il progetto prevede anche una nuova amministrazione palestinese e un ruolo internazionale nella sicurezza della Striscia.

Netanyahu mantiene però una linea più rigida anche sul futuro politico del territorio. La questione assume inoltre un peso interno per il premier, impegnato nella campagna elettorale e sottoposto alle pressioni dell'ala più radicale della propria coalizione.

La distanza non significa necessariamente la fine del negoziato. Israele continua a discutere il documento con gli americani, ma il disaccordo sulla successione tra disarmo e ritiro riguarda il cuore stesso dell'intesa.

L'Unicef: oltre 300 bambini uccisi dal cessate il fuoco

Dietro il confronto diplomatico resta l'emergenza della popolazione civile. Unicef ha denunciato che almeno 300 bambini sono stati uccisi nei circa 300 giorni trascorsi dall'inizio del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025. Il bilancio, secondo l'agenzia delle Nazioni Unite, potrebbe essere sottostimato. Già a febbraio Unicef documentava oltre 120 minori uccisi nei primi mesi della tregua e continuava a segnalare vittime negli attacchi e negli episodi di fuoco lungo la Yellow Line.

Il dato mostra quanto fragile sia rimasta la tregua. La riduzione delle operazioni militari su vasta scala non ha infatti eliminato gli attacchi né le vittime civili, mentre una parte enorme delle infrastrutture della Striscia resta distrutta o inutilizzabile.