Hormuz, pronti i cacciamine italiani a bassa firma per liberare lo stretto

Crotone e Rimini in posizione avanzata per una possibile missione europea di bonifica

hormuz pronti i cacciamine italiani a bassa firma per liberare lo stretto

Le unità della Marina potrebbero intervenire nello Stretto dopo la tregua Usa-Iran. Scafi amagnetici, sonar e robot subacquei per individuare e neutralizzare le mine senza esporre le navi.

Due navi specializzate, progettate per avvicinarsi alle mine senza attivarne i sensori, attendono il via libera politico e operativo. Sono i cacciamine Crotone e Rimini della Marina Militare italiana, schierati in posizione avanzata per un eventuale intervento nello Stretto di Hormuz qualora l’intesa tra Stati Uniti e Iran regga e si creino le condizioni per riaprire in sicurezza una delle rotte commerciali più importanti del mondo.

L’operazione non è ancora formalmente iniziata. Il progetto allo studio prevede una coalizione a guida europea, con la partecipazione delle marine dotate delle capacità più avanzate nella guerra di mine. Accanto all’Italia potrebbero operare unità di Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e altri Paesi alleati.

Il compito sarebbe strettamente difensivo: individuare gli ordigni presenti sul fondale o sospesi in acqua, neutralizzarli e creare corridoi sicuri per petroliere, metaniere e navi mercantili. Prima dell’ingresso nello Stretto, però, serviranno garanzie diplomatiche e militari. Una missione di bonifica non può cominciare mentre resta concreto il rischio di nuovi lanci di missili, attacchi con droni o posa di altre mine.

Le due unità italiane in posizione avanzata

Il Crotone e il Rimini, appartenenti alla classe Gaeta, hanno lasciato l’Italia il 15 maggio e sono stati trasferiti nel Mar Rosso. Il loro avvicinamento consente alla Marina di ridurre sensibilmente i tempi necessari per raggiungere il Golfo di Oman e, successivamente, l’area di Hormuz.

La scelta risponde a una necessità operativa. I cacciamine hanno velocità inferiori rispetto alle fregate e alle navi di scorta e richiederebbero diverse settimane per arrivare nel teatro partendo dalla base della Spezia. Posizionarli in anticipo non equivale ad autorizzarne l’impiego, ma permette al governo di disporre di strumenti già vicini all’area in caso di missione internazionale.

L’eventuale partecipazione italiana dovrebbe essere definita dal governo e sottoposta alle procedure parlamentari previste per le operazioni militari all’estero. Anche la composizione definitiva della forza navale resta da stabilire. Al nucleo di cacciamine potrebbero aggiungersi navi di scorta, unità logistiche, elicotteri e velivoli per la sorveglianza marittima.

Perché vengono definiti “invisibili”

Il termine invisibili non indica una capacità di sottrarsi ai radar, come avviene per alcuni velivoli o navi progettati con tecnologie stealth. Descrive piuttosto la ridottissima firma magnetica, acustica e vibrazionale dei cacciamine, indispensabile per operare in prossimità di ordigni capaci di reagire al passaggio di uno scafo.

Le unità classe Gaeta sono lunghe poco più di 52 metri e ospitano circa 44 militari. Lo scafo è costruito in vetroresina, materiale resistente ma soprattutto amagnetico. Questa caratteristica riduce il rischio di attivare mine dotate di sensori che riconoscono le variazioni del campo magnetico prodotte dalle navi in metallo.

Anche i motori e gli impianti di bordo sono installati con particolari accorgimenti. Supporti speciali limitano la trasmissione delle vibrazioni, mentre durante l’ingresso in un’area minata vengono spenti gli apparati non indispensabili. L’obiettivo è produrre meno rumore possibile ed evitare che una mina acustica identifichi la presenza della nave.

Il sistema di degaussing contribuisce inoltre ad abbattere la segnatura magnetica residua. Tre propulsori ausiliari consentono al cacciamine di mantenere una posizione precisa anche in presenza di corrente, senza ricorrere continuamente alla propulsione principale.

Il fondale osservato con il sonar

La bonifica comincia con una mappatura estremamente lenta. Il cacciamine utilizza sonar ad alta frequenza per scandagliare il fondale e individuare forme compatibili con un ordigno. Ogni contatto sospetto viene classificato confrontandolo con le caratteristiche delle mine conosciute e con gli oggetti normalmente presenti sul fondo.

La difficoltà consiste nel distinguere un esplosivo da rocce, relitti, container, tubazioni, ancore o rifiuti metallici. In un tratto di mare attraversato ogni giorno da numerose navi, il fondale può restituire migliaia di segnali. Per questo l’analisi richiede operatori specializzati e tempi molto più lunghi rispetto alla semplice navigazione di superficie.

A Hormuz il lavoro sarebbe reso ancora più complesso dalla conformazione dello Stretto, dal traffico commerciale, dalle correnti e dalla possibile presenza contemporanea di mine di tipo diverso. Alcune possono essere ancorate al fondo, altre lasciate alla deriva, altre ancora fissate direttamente agli scafi.

I robot mandati vicino agli ordigni

Una volta localizzato un oggetto sospetto, la nave evita di avvicinarsi direttamente. Entra invece in azione un veicolo subacqueo filoguidato, controllato dagli operatori a bordo e collegato mediante fibra ottica.

I cacciamine italiani dispongono di mezzi della famiglia Pluto, capaci di trasmettere immagini in tempo reale e raggiungere profondità che renderebbero più rischioso o impossibile l’impiego immediato dei palombari. Le telecamere permettono di identificare l’ordigno e valutarne le condizioni.

Per la neutralizzazione può essere utilizzato un robot dotato di bracci manipolatori e di una carica esplosiva. Il mezzo deposita la carica vicino alla mina e rientra verso la nave. L’ordigno viene quindi distrutto con un’esplosione controllata, mentre il cacciamine rimane a distanza di sicurezza.

Quando le condizioni lo richiedono, possono intervenire anche i palombari del Comsubin, addestrati alla disattivazione degli esplosivi subacquei. Il ricorso agli operatori umani avviene soltanto dopo aver ridotto per quanto possibile i rischi attraverso sonar e sistemi robotici.

La nuova guerra di mine passa dai droni

Le operazioni stanno cambiando rapidamente con l’introduzione di mezzi autonomi e senza equipaggio. I nuovi sistemi possono essere messi in mare da una nave madre e inviati davanti alla formazione navale per cercare gli ordigni, costruire mappe tridimensionali e mantenere gli uomini lontani dalla zona più pericolosa.

I droni subacquei autonomi percorrono rotte programmate e raccolgono dati sonar. I veicoli di superficie senza equipaggio possono invece trasportare sensori, fare da ripetitori delle comunicazioni o accompagnare i robot destinati alla neutralizzazione. Le informazioni raccolte vengono integrate in un’unica rappresentazione del campo minato.

Questa evoluzione modifica anche il ruolo del cacciamine tradizionale. La nave non deve più necessariamente entrare per prima nell’area sospetta, ma può diventare una centrale di comando collocata a maggiore distanza. Le unità classe Gaeta, pur costruite negli anni Novanta, conservano capacità considerate di alto livello e possono lavorare insieme ai sistemi più recenti messi a disposizione dagli alleati.

La specializzazione della Marina italiana

La Marina Militare dispone di otto cacciamine classe Gaeta, concentrati alla Spezia e assegnati al Comando delle Forze di contromisure mine. Le unità vengono utilizzate anche per la protezione di gasdotti, cavi sottomarini e altre infrastrutture strategiche.

L’esperienza maturata nelle missioni Nato e nelle attività di sorveglianza dei fondali rende l’Italia uno dei Paesi europei con una capacità consolidata nel settore. La caccia alle mine è una disciplina lenta, tecnologica e ad altissimo rischio, nella quale l’addestramento degli equipaggi conta quanto la qualità dei sensori.

A Hormuz, tuttavia, la competenza tecnica non sarebbe sufficiente. La bonifica richiederebbe intelligence aggiornata, difesa aerea, protezione contro droni e missili, supporto logistico e regole d’ingaggio condivise. Ogni tratto liberato dovrebbe inoltre essere controllato nel tempo, perché nuove mine potrebbero essere posate dopo il passaggio delle unità specializzate.

Il nodo politico con Teheran

La coalizione europea considera la missione un intervento per garantire la libertà di navigazione e la ripresa dei traffici energetici. Teheran, però, continua a sostenere che la sicurezza dello Stretto debba dipendere dagli Stati rivieraschi, in particolare da Iran e Oman, e guarda con ostilità a una presenza militare occidentale.

Per questa ragione le prime unità potrebbero restare inizialmente nel Golfo di Oman, senza entrare nelle acque più sensibili. Il dispiegamento avrebbe una funzione di deterrenza e rassicurazione, ma l’avvio effettivo della bonifica dipenderebbe dal rispetto della tregua e da un’intesa sulle modalità della missione.

Lo scenario resta dunque sospeso tra diplomazia e preparazione militare. Il Crotone e il Rimini sono pronti, ma il loro lavoro potrà iniziare soltanto quando sarà possibile separare il rischio rappresentato dalle mine da quello, ancora più ampio, di una ripresa delle ostilità.