Osama Najeem Almasri**, ex comandante libico ed ex responsabile della sicurezza nel carcere di Mitiga, è stato condannato dal tribunale penale di Tripoli a 7 anni e 4 mesi di reclusione. Secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa e da media libici, la decisione riguarda la violazione dei diritti dei detenuti all’interno di una struttura carceraria della capitale libica. La sentenza prevede anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per l’anno successivo.
La condanna a Tripoli
Il pronunciamento arriva al termine delle indagini della procura libica, aperte dopo le segnalazioni sugli abusi commessi contro persone detenute. Il fascicolo interno ha riguardato in particolare la morte di un detenuto e la violazione dei diritti di dieci prigionieri nell’Istituto di correzione e riabilitazione di Tripoli, elementi che avevano già portato al suo arresto e al rinvio a giudizio nel novembre 2025.
La condanna segna un passaggio rilevante, ma non esaurisce il quadro giudiziario. Almasri resta infatti una figura centrale nelle accuse formulate dalla Corte penale internazionale, che nel gennaio 2025 aveva emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto per presunti crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella situazione libica.
Il caso italiano
Il nome di Almasri era diventato un caso politico e diplomatico anche in Italia. Il generale libico era stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato internazionale, dopo essere arrivato in Europa ed essere passato anche dalla Germania. Due giorni dopo era stato rilasciato per un vizio procedurale, perché l’arresto era stato ritenuto irrituale in assenza delle necessarie interlocuzioni con il ministro della Giustizia.
Subito dopo il rilascio, Almasri era stato rimpatriato in Libia con un volo di Stato italiano. La scelta aveva provocato forti proteste dell’opposizione e una dura reazione della Corte penale internazionale, che ha poi ritenuto l’Italia inadempiente rispetto agli obblighi di cooperazione legati alla richiesta di arresto e consegna.
Il nodo della Corte dell’Aja
La sentenza libica non chiude automaticamente il dossier dell’Aja. Il punto decisivo sarà stabilire se il procedimento celebrato a Tripoli copra gli stessi fatti contestati dalla Corte penale internazionale e se risponda agli standard richiesti dal principio di complementarità. In altre parole, la giustizia internazionale dovrà valutare se il processo nazionale sia stato effettivo, indipendente e adeguato rispetto alla gravità delle accuse.
La questione resta sensibile anche sul piano politico. Il caso Almasri si inserisce nel rapporto complesso tra Italia, Libia e giustizia internazionale, sullo sfondo della gestione dei flussi migratori, dei centri di detenzione libici e delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani denunciate da organizzazioni internazionali e vittime sopravvissute.
Gli sviluppi possibili
Dopo la condanna a 7 anni e 4 mesi, resta da capire se le autorità libiche manterranno Almasri sotto custodia e se si aprirà un nuovo confronto con la Corte penale internazionale sulla sua eventuale consegna. Per ora, la sentenza di Tripoli rappresenta la prima risposta giudiziaria interna a una vicenda che ha già oltrepassato i confini libici, coinvolgendo governi, procure e organismi internazionali.
