Kiev torna a mettere sul tavolo un possibile percorso per fermare la guerra. Il presidente Volodymyr Zelensky ha spiegato che l’Ucraina, insieme agli Stati Uniti e ai partner europei, ha lavorato a una cornice negoziale che ruota attorno a tre elementi: un cessate il fuoco, un arretramento delle forze russe e ucraine e la creazione di una zona economica franca nell’area lasciata libera dalle truppe. Un progetto ancora da definire nei dettagli, ma che secondo il leader ucraino raccoglie idee maturate durante i colloqui condotti negli ultimi mesi tra Washington, Kiev, gli europei e la Russia.
La zona cuscinetto al centro del piano
Il punto di partenza sarebbe la tregua. Poi arriverebbe il passaggio più delicato: un arretramento reciproco delle forze per creare una fascia separata dal fronte, trasformata secondo la proposta americana in una sorta di zona economica franca. Zelensky ha precisato che non è ancora stabilito chi dovrebbe amministrarla o garantirne la sicurezza. La supervisione potrebbe essere affidata a una terza parte, mentre resta da chiarire anche il ruolo futuro dell’Unione europea, della Nato e della stessa Ucraina nel sistema di garanzie che dovrebbe accompagnare un eventuale accordo.
Il presidente ucraino ha collegato il progetto direttamente ai colloqui con gli emissari statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, sostenendo che le diverse ipotesi discusse sono state ricondotte a un’unica domanda: quali condizioni possono realmente portare alla fine della guerra. Non si tratta, al momento, di un’intesa conclusa con Mosca. Lo stesso Zelensky ha lasciato intendere che la parte americana avrebbe altre proposte da presentare quando riterrà maturi i tempi.
Mosca resta sulle sue posizioni
La distanza con il Cremlino rimane però profonda. Nei giorni scorsi Vladimir Putin ha definito le proposte ucraine non accettabili e ha ribadito che qualsiasi soluzione dovrà tenere conto delle «realtà sul terreno», formula con cui la leadership russa continua a indicare anche il controllo delle aree ucraine occupate. Il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov aveva segnalato la disponibilità russa a valutare nuove idee, purché compatibili con gli obiettivi indicati da Mosca e con l’attuale situazione militare.
Sul versante dei rapporti tra Russia e Stati Uniti, il consigliere del Cremlino Yury Ushakov ha intanto evocato la possibilità di un incontro tra Putin e Donald Trump a novembre, a margine del vertice Apec in Cina. Non esiste ancora, ha precisato Ushakov, un’intesa formale per un faccia a faccia. Ma se entrambi i presidenti dovessero partecipare allo stesso appuntamento internazionale, per Mosca un colloquio sarebbe altamente probabile.
La missione degli inviati Usa resta incerta
Più nebuloso il calendario dei nuovi contatti diretti. La prevista missione di Witkoff e Kushner tra Kiev e Mosca, indicata nelle scorse settimane come possibile passaggio per rilanciare il negoziato, non risulta ancora confermata. Il Cremlino aveva fatto sapere il 20 agosto di non avere informazioni definitive su una visita degli inviati americani, mentre fonti dei media ucraini hanno segnalato che anche la tappa in Ucraina non ha ancora una data certa.
È una fase in cui la diplomazia procede quindi per ipotesi, contatti indiretti e finestre che si aprono e si richiudono rapidamente. La proposta illustrata da Zelensky fornisce per la prima volta una descrizione più precisa di alcuni dei meccanismi discussi con Washington, ma tra l’idea di un cessate il fuoco e la sua applicazione restano i nodi che hanno bloccato finora ogni tentativo: territori, modalità del ritiro, controllo della zona cuscinetto e garanzie di sicurezza.
Fedorov apre il fronte della corruzione
Alla pressione militare e diplomatica si aggiunge per Zelensky una crisi politica interna che nelle ultime settimane si è fatta più visibile. L’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, rimosso dall’incarico a luglio dopo essere stato per anni uno degli uomini più importanti dell’apparato ucraino, ha accusato il sistema di governo di attraversare una crisi legata alla corruzione e ha sostenuto che il presidente ha «domande a cui rispondere». Fedorov ha tuttavia precisato di non avere elementi che dimostrino un coinvolgimento personale di Zelensky in attività corruttive.
La rottura ha assunto un peso politico anche perché la destituzione dell’ex ministro aveva provocato proteste a Kiev. Zelensky ha raccontato di avergli proposto quattro diversi incarichi per mantenerlo all’interno dell’amministrazione, tutti respinti. Il presidente ha inoltre difeso la propria posizione sulle recenti inchieste anticorruzione, sostenendo che gli organismi investigativi non gli contestano un coinvolgimento personale.
«Le elezioni sarebbero uno tsunami»
Lo scontro più netto riguarda però la richiesta di Fedorov di tornare alle urne nonostante la guerra. Zelensky ha chiuso la porta: organizzare elezioni mentre continuano i combattimenti rischierebbe, ha detto, di «dividere l’Ucraina» e rappresenterebbe «uno tsunami per lo Stato». La legge ucraina vieta il voto nazionale durante la legge marziale e la questione presenta ostacoli enormi per la presenza di milioni di cittadini all’estero, nei territori occupati o impegnati direttamente nelle forze armate.
Un sondaggio del Kyiv International Institute of Sociology del 5 agosto indica inoltre che il 57 per cento degli intervistati preferisce aspettare la fine dei combattimenti prima di votare. Zelensky non ha escluso in assoluto un’elezione in tempo di guerra, ma l’ha subordinata alla possibilità che i partner internazionali garantiscano condizioni di sicurezza sufficienti. Un piano di questo tipo, ha osservato, al momento non esiste.
La guerra continua mentre si parla di tregua
Il confronto politico si svolge mentre sul terreno gli attacchi restano intensi. Nei giorni scorsi nuovi raid russi hanno colpito Kiev e altre città ucraine, facendo emergere ancora una volta la carenza di intercettori per i sistemi Patriot. Il 19 agosto gli attacchi sulla capitale e sulla regione circostante hanno provocato almeno 17 morti, mentre a Kryvyi Rih un successivo attacco contro un centro commerciale ha causato almeno 16 vittime. L’Ucraina ha risposto intensificando i raid contro infrastrutture petrolifere e logistiche russe.
È proprio questa sovrapposizione tra escalation militare e tentativi diplomatici a definire la fase attuale. Kiev prova a trasformare le discussioni con gli americani in una proposta negoziale riconoscibile; Mosca continua a condizionare qualsiasi accordo ai rapporti di forza sul terreno; Washington cerca uno spazio di mediazione senza avere ancora prodotto un compromesso accettato dalle parti. La tregua, la zona franca e il ritiro reciproco indicati da Zelensky segnano un possibile schema. Il passaggio decisivo sarà capire se quel disegno potrà diventare una base negoziale condivisa o resterà un’altra ipotesi nella lunga serie di tentativi di fermare la guerra.
