Quattro anni dopo la morte di Jina Mahsa Amini, la repressione delle proteste iraniane torna davanti alla comunità internazionale con una richiesta precisa: creare un meccanismo capace di perseguire penalmente i responsabili. È l’appello rivolto da Amnesty International all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dopo una nuova indagine sulla risposta delle autorità alla rivolta «Donna, Vita, Libertà» scoppiata nel settembre 2022.
Per l’organizzazione per i diritti umani, quanto avvenuto durante quelle proteste non sarebbe stato il risultato di singoli abusi delle forze di sicurezza, ma di un sistema coordinato di repressione. Amnesty sostiene che omicidi illegali, torture, violenze sessuali, arresti arbitrari e persecuzioni siano stati compiuti nell’ambito di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile e configurino quindi crimini contro l’umanità. Si tratta della valutazione giuridica dell’organizzazione, non di una sentenza pronunciata da un tribunale internazionale.
Ottantasette nomi da sottoporre a indagine
Il rapporto individua 87 funzionari e comandanti che, secondo Amnesty International, dovrebbero essere oggetto di indagini penali. Dieci avrebbero ricoperto incarichi di livello nazionale, mentre gli altri 77 sarebbero appartenuti alle strutture regionali, provinciali e locali dell’apparato di sicurezza.
L’indagine ricostruisce in particolare le catene di comando dei Guardiani della Rivoluzione, delle milizie Basij e delle forze di polizia iraniane. La documentazione si concentra sulle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale, incrociando testimonianze, immagini, documenti ufficiali e materiali già raccolti negli anni successivi alla rivolta.
Secondo i dati verificati dall’organizzazione e richiamati dalla nuova inchiesta, almeno 377 manifestanti sarebbero stati uccisi durante la repressione del 2022, tra loro 56 bambini. Amnesty aveva già documentato negli anni successivi casi di stupro e altre forme di violenza sessuale contro persone arrestate durante le manifestazioni, attribuendoli ad appartenenti a diversi apparati dello Stato.
Dalla rivolta del 2022 ai massacri di gennaio
Il punto politico del nuovo dossier va però oltre la ricostruzione di quattro anni fa. Secondo Amnesty, la mancata individuazione e punizione dei responsabili avrebbe contribuito a creare le condizioni per una repressione ancora più violenta nel gennaio 2026.
Le proteste erano ricominciate alla fine di dicembre 2025, inizialmente sullo sfondo della crisi economica e del crollo della valuta, per trasformarsi rapidamente in una contestazione nazionale del sistema politico. L’8 e il 9 gennaio le forze di sicurezza avrebbero utilizzato armi da fuoco e altri strumenti letali contro i manifestanti in diverse città. Amnesty International parla di migliaia di persone uccise in due giorni e definisce quella fase come la più sanguinosa repressione documentata dall’organizzazione in Iran da decenni.
È proprio questa continuità a spingere l’organizzazione a chiedere un salto di livello. L’obiettivo dichiarato è impedire che l’assenza di procedimenti interni continui a garantire impunità ai vertici degli apparati coinvolti.
La richiesta all’Assemblea generale dell’Onu
Amnesty International chiede ora all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di creare con urgenza un meccanismo internazionale di giustizia penale. Dovrebbe servire a raccogliere e conservare prove, individuare i responsabili e facilitare procedimenti giudiziari nei Paesi che possono esercitare la propria giurisdizione.
La segretaria generale Agnès Callamard sostiene che gli elementi raccolti mostrino una politica statale diretta a reprimere il dissenso attraverso l’uso della forza letale. La richiesta nasce anche dalla convinzione che il sistema giudiziario iraniano non abbia svolto indagini indipendenti ed efficaci sulle responsabilità delle forze di sicurezza.
La possibilità di perseguire singoli funzionari fuori dall’Iran passa anche dal principio della giurisdizione universale, che in determinate condizioni consente ai tribunali nazionali di occuparsi dei più gravi crimini internazionali indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi.
La guerra apre un secondo fronte sulle responsabilità
Il nuovo intervento di Amnesty arriva mentre l’Iran è coinvolto in un conflitto regionale che ha aperto un dossier distinto sul rispetto del diritto internazionale umanitario.
L’organizzazione ha chiesto un cessate il fuoco duraturo e indagini indipendenti sulle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti e da Israele contro il territorio iraniano, così come sulle azioni compiute dall’Iran in risposta. In un rapporto pubblicato l’8 settembre, Amnesty ha esaminato tre attacchi statunitensi e israeliani su aree densamente popolate di Teheran, sostenendo che potrebbero configurare attacchi indiscriminati e richiedano quindi un’indagine per verificare l’eventuale commissione di crimini di guerra.
La richiesta di accertare le responsabilità si muove quindi su due piani distinti. Da una parte c’è la repressione interna del dissenso da parte delle autorità iraniane. Dall’altra ci sono le condotte delle parti impegnate nel conflitto e gli obblighi imposti dal diritto internazionale umanitario.
Per Amnesty International, i due dossier non devono essere messi in concorrenza. La protezione della popolazione iraniana, sostiene l’organizzazione, richiede contemporaneamente la fine degli attacchi illegali nel conflitto e strumenti giudiziari capaci di interrompere il ciclo di impunità per la repressione interna.
