In trentasette anni di potere teocratico, Ali Khamenei non aveva mai ammesso pubblicamente la portata della repressione. Lo ha fatto ieri, parlando alla nazione dopo giorni di proteste, caos e violenze che hanno lasciato sul terreno oltre tremila morti, tra cui almeno 150 agenti di sicurezza, e migliaia di arresti. Un riconoscimento che coincide con un ordine esplicito: «Spezzare la schiena ai sediziosi», senza clemenza.
Accuse a Washington e Tel Aviv
Nel suo intervento, il leader supremo ha attribuito le responsabilità delle vittime agli Stati Uniti e a Israele, accusando «coloro che sono legati all’America» di aver causato la morte di migliaia di persone. Parole che pesano come una condanna preventiva per le oltre diecimila persone arrestate secondo l’ong Iran Human Rights, molte delle quali rischiano processi rapidi e pene severissime.
La replica di Trump
La risposta di Donald Trump è arrivata a stretto giro. «È tempo di cercare una nuova leadership per l’Iran», ha dichiarato, definendo Khamenei «un malato» che governa attraverso «paura e morte». Una presa di posizione che riaccende l’ambiguità americana: sostegno verbale ai manifestanti, seguito da improvvise marce indietro che Teheran utilizza per legittimare la repressione come difesa da un complotto esterno.
Repressione e infiltrazioni
Le autorità iraniane parlano apertamente di un disegno eversivo orchestrato dall’estero. Non è escluso, secondo testimonianze raccolte dal Financial Times, che gruppi violenti abbiano infiltrato i cortei. Ma lo stesso quotidiano attribuisce alle forze di sicurezza la responsabilità principale del massacro, per vastità e sistematicità.
Pena di morte sul tavolo
Il clima interno resta tesissimo. Gli ultraconservatori invocano la pena capitale per i «rivoltosi». Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha smentito una presunta cancellazione di esecuzioni evocata da Trump, chiarendo che la risposta dello Stato sarà «decisa, dissuasiva e rapida», con numerosi casi già rinviati a giudizio.
Un Paese sospeso
Nelle città la vita quotidiana riprende sotto stato d’eccezione. Internet resta bloccato per la maggioranza dei 90 milioni di iraniani, le scuole riaprono in presenza mentre le università proseguono a distanza. La domanda che circola è una sola: cosa farà davvero l’America. Washington evoca un cambio politico, ma non sembra voler rischiare il collasso dello Stato iraniano. Attraverso canali formali e informali, gli Stati Uniti sondano se esista un «dopo Khamenei» e quale volto potrebbe avere una nuova stagione politica.
