India, la rivolta dei giovani mette a nudo la crisi del lavoro

Le proteste sugli esami costringono Modi a cedere, ma il disagio è più profondo

india la rivolta dei giovani mette a nudo la crisi del lavoro

Le dimissioni del ministro dell’Istruzione segnano una vittoria inattesa. Disoccupazione dei laureati, concorsi congestionati e precarietà rischiano però di trasformare il vantaggio demografico indiano in instabilità

La resa politica è arrivata dopo settimane di proteste, sit-in e scontri con la polizia. Il ministro indiano dell’Istruzione Dharmendra Pradhan si è dimesso sotto la pressione del movimento giovanile nato contro le irregolarità negli esami pubblici. Una concessione rara per il governo di Narendra Modi, abituato a mostrare fermezza davanti alle contestazioni e ora costretto a riconoscere la forza di una generazione sempre più insofferente.

La mobilitazione, ribattezzata protesta degli “scarafaggi”, si è sviluppata dopo la cancellazione dell’esame nazionale per l’accesso alle facoltà di medicina, travolto dalla scoperta della fuga delle domande. Alle contestazioni sul sistema scolastico si è aggiunta l’indignazione per un’espressione offensiva rivolta ai giovani senza lavoro, diventata il simbolo di una distanza crescente tra istituzioni e nuove generazioni.

La protesta si è conclusa dopo le dimissioni di Pradhan, ma il governo ha dovuto annunciare anche una revisione più ampia del sistema degli esami. Modi ha affidato a Nandan Nilekani, cofondatore di Infosys ed ex presidente dell’autorità per l’identità digitale indiana, la guida di una commissione incaricata di rendere le selezioni più trasparenti e resistenti a frodi e fughe di notizie.

La rabbia oltre gli esami

Il caso delle prove di ammissione ha funzionato da detonatore, ma la protesta affonda le radici in un disagio molto più esteso. Per milioni di ragazzi indiani, studiare e conseguire una laurea non garantisce più l’ingresso nel mercato del lavoro. La competizione per un posto nelle università migliori o nella pubblica amministrazione assume dimensioni difficili da immaginare fuori dal Paese.

Milioni di candidati partecipano ogni anno a esami nei quali i posti disponibili rappresentano soltanto una piccola frazione delle domande. Quando una prova viene annullata per sospetti di corruzione o per la diffusione anticipata dei quesiti, non viene compromessa soltanto una giornata d’esame. Saltano anni di preparazione, sacrifici economici delle famiglie e aspettative costruite attorno a una delle poche possibilità di mobilità sociale.

Il nuovo movimento ha trasformato questa frustrazione in una piattaforma nazionale. La Cockroach Janta Party, nata con un nome volutamente provocatorio, ha portato nelle piazze studenti, laureati disoccupati e candidati ai concorsi. Il tentativo di raggiungere il Parlamento a Nuova Delhi è stato fermato dalle forze dell’ordine, mentre le immagini delle cariche e dei lacrimogeni hanno ampliato il sostegno alla protesta.

Il dividendo demografico a rischio

L’India ha costruito una parte importante delle proprie ambizioni economiche sulla giovane età della popolazione. Una forza lavoro ampia, contrapposta all’invecchiamento che grava su altre grandi economie asiatiche, dovrebbe garantire consumi, produttività e crescita per diversi decenni.

Il vantaggio, però, non è automatico. Per diventare un dividendo demografico richiede scuole efficienti, formazione adeguata e un’economia capace di creare impieghi stabili con la stessa velocità con cui milioni di persone raggiungono l’età lavorativa. In mancanza di queste condizioni, la stessa massa di giovani può alimentare disillusione, conflitto sociale e sfiducia nelle istituzioni.

Il rapporto “State of Working India 2026” dell’Azim Premji University fotografa una transizione particolarmente difficile tra istruzione e occupazione. Tra i laureati dai 15 ai 25 anni presenti nel mercato del lavoro, la disoccupazione sfiora il 40 per cento; nella fascia fra i 25 e i 29 anni è intorno al 20 per cento. Soltanto una quota ridotta riesce inoltre a trovare rapidamente un impiego dipendente stabile.

La crescita senza abbastanza occupazione

L’economia indiana continua a espandersi, ma la crescita non produce necessariamente un numero sufficiente di lavori di qualità. Una parte rilevante dell’occupazione resta informale, priva di protezioni, contratti duraturi e redditi prevedibili. Molti giovani laureati finiscono nel lavoro autonomo di necessità, nelle piattaforme digitali oppure nelle imprese familiari senza una vera retribuzione.

Alle difficoltà quantitative si aggiunge il divario tra le competenze fornite dal sistema educativo e quelle richieste dalle aziende. L’espansione dell’università ha aumentato il numero dei titoli, senza assicurare ovunque la stessa qualità della formazione. Il risultato è un paradosso: imprese che denunciano la mancanza di profili preparati e milioni di diplomati o laureati che non riescono a trovare un’occupazione coerente con gli studi.

Restano profonde anche le differenze di genere. Per molte giovani donne, l’accesso all’istruzione non si traduce in una partecipazione duratura al lavoro. Le responsabilità familiari, la scarsità di trasporti sicuri, le discriminazioni e la carenza di impieghi nelle aree periferiche continuano a restringere le possibilità di autonomia economica.

La risposta di Modi

Le dimissioni del ministro rappresentano una vittoria simbolica per i manifestanti e una battuta d’arresto per l’esecutivo. La nomina della commissione guidata da Nilekani mostra la volontà di recuperare credibilità attraverso tecnologia, controlli e una riorganizzazione della macchina degli esami. Il governo ha inoltre presentato in Parlamento nuove modifiche alla normativa contro frodi e manipolazioni nelle prove pubbliche.

La riforma delle selezioni, tuttavia, affronta soltanto una parte del problema. Rendere gli esami più affidabili può restituire fiducia ai candidati, ma non aumenta da solo i posti universitari, non riduce la precarietà e non crea milioni di nuovi impieghi.

Il progetto di Modi per una “Viksit Bharat”, un’India sviluppata entro il 2047, dipende proprio dalla capacità di dare una prospettiva a questa generazione. La protesta ha mostrato che i giovani non sono soltanto la futura forza produttiva del Paese. Sono già oggi una forza politica capace di costringere il governo a cambiare rotta.

La questione decisiva sarà capire se la mobilitazione resterà legata alla crisi degli esami oppure diventerà un movimento più ampio su lavoro, istruzione e trasparenza. Il governo ha ottenuto una tregua, ma la causa profonda della protesta rimane: un numero crescente di giovani altamente competitivi, più istruiti delle generazioni precedenti e sempre meno disposti ad accettare un futuro senza opportunità.