Un Paese diviso quasi esattamente a metà. L’Islanda resta sospesa a poche centinaia di schede. Nelle prime ore di domenica 30 agosto il fronte del No è tornato in vantaggio nel referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea. Con circa 152 mila voti scrutinati, il 50,1 per cento degli elettori si è espresso contro il ritorno al tavolo con Bruxelles, mentre il 49,9 per cento ha votato a favore. Il margine è di poco superiore ai 400 voti e lo scrutinio non è ancora concluso.
La televisione pubblica RÚV, seguendo l'arrivo progressivo dei risultati dai sei collegi elettorali, ha successivamente indicato che l'andamento sembra favorire il No, soprattutto dopo il completamento dello scrutinio nei collegi della capitale. Restano però schede da contabilizzare in alcune zone del Paese e la prudenza resta obbligatoria di fronte a una distanza così ridotta.
Il voto ha mostrato finora una frattura geografica netta. A Reykjavík il Sì ha ottenuto risultati più forti, mentre nelle aree rurali e nei collegi periferici il No ha raccolto maggioranze molto più ampie. Nel collegio settentrionale della capitale, per esempio, il Sì ha superato il 57 per cento, mentre nel Nord-Ovest il fronte contrario ai colloqui europei ha raggiunto quasi il 63 per cento.
Il referendum non decide l’ingresso nell’Unione europea
La consultazione non riguarda direttamente l’adesione dell’Islanda all’Ue. Agli elettori è stato chiesto se il governo debba riprendere i negoziati di adesione interrotti tredici anni fa. Anche in caso di vittoria del Sì, dunque, l’ingresso nell’Unione non sarebbe automatico: dopo un eventuale accordo con Bruxelles sarebbe necessario un secondo referendum per sottoporre ai cittadini le condizioni definitive.
L’Islanda aveva presentato domanda di adesione nel 2009, dopo il collasso del proprio sistema bancario durante la crisi finanziaria globale. I negoziati erano iniziati l’anno successivo ma vennero sospesi nel 2013, dopo l’arrivo al governo di una maggioranza euroscettica. Da allora il dossier europeo era rimasto congelato, pur con il Paese già profondamente integrato con il continente attraverso lo Spazio economico europeo e l’area Schengen.
Pesca, costo della vita e sicurezza dividono gli islandesi
Al centro della campagna è tornata soprattutto la pesca, settore strategico per l’economia e per l’identità nazionale. I sostenitori del No temono che la politica comune europea possa ridurre la capacità di Reykjavík di decidere autonomamente quote e accesso alle proprie acque. È uno degli argomenti che hanno pesato maggiormente nelle aree rurali e costiere, dove il fronte contrario ai negoziati ha ottenuto i risultati più forti.
Il fronte del Sì ha invece insistito sulla stabilità economica, sul costo del credito e sulla possibilità di rafforzare il peso internazionale del Paese. L’Islanda continua a convivere con tassi d’interesse elevati e una valuta, la corona, esposta a forti oscillazioni. La prospettiva di una futura adesione, e nel lungo periodo dell’euro, è stata presentata dai favorevoli come uno strumento per ridurre la vulnerabilità di una piccola economia aperta.
Alla dimensione economica si è aggiunta quella geopolitica. La premier Kristrún Frostadóttir, favorevole alla riapertura dei negoziati, ha legato il dibattito anche alla nuova instabilità dell’Artico e alla necessità di ridefinire il posto dell’Islanda nel sistema europeo e occidentale. La campagna si è svolta sullo sfondo della guerra in Ucraina e delle tensioni internazionali attorno alla Groenlandia.
Il governo attende il verdetto
Frostadóttir ha evitato di anticipare conclusioni e ha sottolineato l’alta partecipazione alla consultazione, definendo importante il confronto aperto nel Paese. L’esecutivo aveva promesso di rispettare politicamente il risultato anche se, secondo la normativa islandese, il referendum ha formalmente carattere consultivo.
Se il No dovesse essere confermato, il governo ha già indicato che non riaprirà i negoziati durante l’attuale legislatura. Una vittoria del Sì, al contrario, consentirebbe a Reykjavík di tornare al tavolo europeo entro la fine del 2026, con un negoziato che secondo le valutazioni governative potrebbe richiedere tra 18 e 24 mesi prima di un eventuale nuovo voto popolare.
Il dato politico, comunque vada, è già evidente: dopo tredici anni di sostanziale congelamento, il rapporto con l’Unione europea è tornato al centro della politica islandese. E un Paese di meno di 400 mila abitanti sta decidendo il proprio orientamento europeo con uno scarto che, nello scrutinio ancora aperto, si misura per ora in poche centinaia di voti.
