La diplomazia torna a muoversi tra Washington e Teheran, ma la guerra resta tutt'altro che conclusa. Alla vigilia delle elezioni americane di metà mandato, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha annunciato che la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha conferito al governo poteri specifici per trattare con gli Stati Uniti. Un'apertura che ha immediatamente provocato una forte discesa delle quotazioni petrolifere, alimentando le aspettative di una possibile soluzione negoziata al conflitto.
Il segnale è arrivato mentre l'Iran si dichiarava disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz entro quarantotto ore, purché Washington accetti le condizioni avanzate da Teheran. Una proposta che riguarda uno dei passaggi marittimi più importanti per il commercio mondiale di petrolio e che potrebbe contribuire ad allentare la pressione sui mercati energetici.
La disponibilità iraniana, tuttavia, non equivale a un accordo raggiunto. Le condizioni poste dalle parti restano distanti e, nelle ultime ore, sono proseguite le operazioni militari nella regione.
Pezeshkian annuncia il via libera della Guida suprema
A rendere pubblica la decisione è stato Masoud Pezeshkian, secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa statale iraniana Irna.
Il presidente ha spiegato che il governo sta cercando una soluzione attraverso il dialogo e che Mojtaba Khamenei ha concesso all'esecutivo l'autorità necessaria per condurre il confronto diplomatico.
La precisazione è importante per comprendere il funzionamento del sistema politico iraniano. Il presidente dirige il governo, ma le decisioni strategiche sulla sicurezza nazionale e sulle principali questioni di politica estera dipendono dall'autorità della Guida suprema.
L'annuncio di Pezeshkian indica quindi che il dialogo con gli Stati Uniti dispone di una legittimazione politica ai massimi livelli della Repubblica islamica.
Non significa, però, che Teheran abbia accettato le richieste americane o che sia stata raggiunta un'intesa sui principali punti controversi.
Lo stesso presidente iraniano ha ribadito che il Paese non intende accettare una resa imposta attraverso la pressione militare.
Hormuz, la proposta iraniana per riaprire lo Stretto
Il passaggio più concreto dell'iniziativa diplomatica riguarda lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo dell'Oman.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che Teheran potrebbe ripristinare le condizioni di sicurezza necessarie alla riapertura dello Stretto in due giorni, anziché nei sette inizialmente previsti dal piano negoziale.
La disponibilità resta subordinata all'accettazione delle richieste iraniane.
Tra le condizioni indicate da Teheran figurano un cessate il fuoco sui diversi fronti regionali, lo sblocco dei beni iraniani congelati all'estero, la revoca delle sanzioni sul settore petrolifero e la fine del blocco navale statunitense contro i porti del Paese.
Solo dopo questi passaggi, secondo l'impostazione iraniana, si potrebbe procedere al confronto sulle altre questioni, compreso il programma nucleare.
Il governo iraniano continua inoltre a richiamare il piano in sette fasi presentato a settembre, già respinto da Donald Trump.
L'accelerazione proposta sui tempi di riapertura di Hormuz rappresenta dunque un segnale negoziale, ma non elimina le divergenze sul contenuto dell'accordo.
Il petrolio perde il 6,7%, poi torna a salire
La reazione dei mercati è stata immediata.
Nella giornata di lunedì 2 novembre, dopo le dichiarazioni di Pezeshkian, il prezzo del petrolio Wti è arrivato a perdere il 6,7 per cento, scendendo fino a 97,10 dollari al barile.
Il Brent, riferimento internazionale per il mercato petrolifero, ha registrato una flessione della stessa entità, raggiungendo un minimo di 105,86 dollari.
Il ribasso ha riflesso le aspettative degli operatori sulla possibilità di un allentamento delle tensioni e di una ripresa dei flussi energetici attraverso Hormuz.
La situazione è però rimasta instabile.
Nella mattinata di martedì 3 novembre, il Brent con consegna a gennaio è tornato a salire, attestandosi intorno a 107,15 dollari al barile, con un incremento del 2,27 per cento. Il Wti ha recuperato il 2,18 per cento, raggiungendo 98,56 dollari.
I dati mostrano quanto il mercato continui a reagire alle notizie diplomatiche e militari, senza che si sia ancora delineata una soluzione stabile.
Trump parla di un possibile accordo, ma non esclude nuovi raid
Anche Donald Trump ha lasciato aperta la possibilità di un'intesa con l'Iran.
Il presidente americano ha osservato che le quotazioni del petrolio stavano scendendo rapidamente e ha dichiarato che un accordo potrebbe essere raggiunto.
L'apertura diplomatica è stata però accompagnata da nuovi avvertimenti militari.
Durante un intervento elettorale in Iowa, Trump ha spiegato di voler tentare una soluzione che eviti ulteriori perdite di vite umane, ma ha ribadito che gli Stati Uniti potrebbero ricorrere nuovamente alla forza.
La posizione della Casa Bianca resta quindi caratterizzata da una doppia pressione: disponibilità a negoziare e mantenimento della minaccia di nuovi attacchi.
La coincidenza con le elezioni di metà mandato aggiunge un elemento politico alla crisi. Il voto del 3 novembre determinerà i nuovi equilibri del Congresso americano e potrebbe incidere sui rapporti tra il presidente e il Parlamento.
Non ci sono però elementi sufficienti per attribuire con certezza le aperture iraniane o le decisioni militari americane a una strategia elettorale.
Nuovi bombardamenti sull'isola iraniana di Qeshm
La fragilità del tentativo diplomatico è emersa anche dalle notizie arrivate nella notte.
Secondo le informazioni diffuse il 3 novembre, gli Stati Uniti hanno condotto un attacco sull'isola iraniana di Qeshm, nel Golfo Persico, descrivendo l'operazione come limitata e difensiva.
L'agenzia iraniana Irna ha riferito di cinque esplosioni e della presenza di due velivoli sopra l'isola.
I Guardiani della Rivoluzione hanno inoltre sostenuto di aver abbattuto due droni americani a est dello Stretto di Hormuz. Questa rivendicazione non risulta confermata da Washington.
Gli episodi confermano che, nonostante il dialogo diplomatico, la situazione militare rimane estremamente delicata.
L'eventuale riapertura dello Stretto dipenderà anche dalla capacità delle parti di concordare misure concrete per interrompere le ostilità.
Qatar e Pakistan cercano una mediazione
Nel tentativo di evitare una nuova escalation, Qatar e Pakistan continuano a svolgere un ruolo di mediazione.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha descritto come particolarmente intense le consultazioni diplomatiche, sottolineando l'impegno dei due Paesi nel mantenere aperti i canali di comunicazione.
Nella mattinata del 3 novembre, secondo le informazioni disponibili, mediatori qatarioti sono tornati a Teheran per proseguire i contatti con le autorità iraniane.
La mediazione punta soprattutto a individuare una sequenza di impegni reciproci che possa consentire la riapertura di Hormuz e un allentamento delle operazioni militari.
La difficoltà riguarda l'ordine delle concessioni. Teheran chiede che alcune condizioni siano soddisfatte prima di affrontare gli altri dossier, mentre Washington non ha accettato pubblicamente l'intero impianto della proposta iraniana.
Anche Cina e Russia hanno invitato le parti a privilegiare la diplomazia.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha sollecitato una soluzione politica, mentre Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il responsabile iraniano della sicurezza nazionale Mohsen Rezaei.
Netanyahu sente Trump, ma gli obiettivi non coincidono
La crisi iraniana si intreccia con una fase politica particolarmente complessa in Israele.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha avuto un colloquio telefonico con Trump tra sabato e domenica, nel quale è stata affrontata la possibilità di nuove operazioni militari contro l'Iran.
Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, le priorità dei due leader non coincidono completamente.
Trump concentra l'attenzione soprattutto sulle strutture nucleari iraniane ancora considerate potenzialmente operative. Netanyahu ha invece rilanciato, durante la campagna elettorale israeliana, l'obiettivo di un cambiamento del regime a Teheran.
La differenza non è secondaria. Un'operazione limitata contro specifici obiettivi militari avrebbe finalità e conseguenze diverse rispetto a una strategia volta a modificare gli equilibri politici interni dell'Iran.
Le autorità israeliane dovranno inoltre confrontarsi con gli sviluppi della politica nazionale dopo le recenti elezioni.
Israele, Eisenkot cerca una maggioranza alternativa
Il presidente israeliano Isaac Herzog si prepara ad avviare le consultazioni con i partiti per individuare chi possa tentare di formare il nuovo governo.
L'opposizione guidata da Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, sta cercando di costruire una maggioranza parlamentare alternativa a quella di Netanyahu.
Un ruolo importante potrebbe essere svolto dai partiti arabi, che hanno manifestato la disponibilità a sostenere Eisenkot.
La loro partecipazione resta tuttavia oggetto di discussione tra le diverse forze politiche dell'opposizione.
Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beytenu, ha espresso forti riserve su un accordo di governo con i partiti arabi, pur ribadendo l'obiettivo di sostituire Netanyahu.
La formazione di una nuova maggioranza non è quindi scontata e dipenderà dall'esito delle consultazioni e dalle decisioni dei singoli gruppi parlamentari.
La commissione elettorale israeliana ha intanto affermato che i risultati del voto non sono stati compromessi dalle presunte interferenze straniere denunciate durante la campagna.
In questo quadro, l'opposizione contesta anche l'eventualità di una nuova offensiva militare contro l'Iran senza un adeguato sostegno politico interno.
Il nodo nucleare resta irrisolto
Anche qualora Stati Uniti e Iran raggiungessero un'intesa preliminare sulla cessazione delle ostilità, resterebbe aperta la questione del programma nucleare iraniano.
Washington considera prioritario impedire che Teheran possa sviluppare capacità militari nucleari.
L'Iran, dal canto suo, respinge l'ipotesi di rinunciare unilateralmente alle proprie posizioni negoziali sotto pressione militare.
Un punto controverso riguarda le scorte di uranio altamente arricchito.
Interrogato sulla possibilità di trasferirle in un altro Paese nell'ambito di un eventuale accordo, il portavoce iraniano Baghaei ha escluso che questa soluzione sia stata accettata.
Il dossier nucleare resta dunque separato, almeno nella sequenza proposta da Teheran, dalle misure immediate per riaprire Hormuz e ridurre le ostilità.
