Auto sulla folla: può accadere anche qui. Ora lo sappiamo

L'arresto di Napoli segnala che l'Italia non è immune al terrorismo islamico

Le ragioni per cui non sono accaduti prima e perché invece ora potrebbe verificarsi. Il lavoro degli investigatori. Nel 2017 record di presunti terroristi espulsi. Il pericoloso ritorno dei combattenti

di Luciano Trapanese

Può accadere anche qui. Lo sappiamo, non siamo immuni, non è in vigore un Lodo Moro, quello che ci avrebbe evitato – negli anni '70 – gli attentati dei palestinesi.

La storia del giovane gambiano invitato a lanciarsi sulla folla napoletana dopo il suo giuramento all'Isis non può sorprenderci. E' un terrorismo fai da te, che non ha bisogno di organizzazioni o armi. Basta una “radicalizzazione”, il giuramento sui social al Califfo, e un ordine. Almeno è quello che sostengono gli inquirenti della procura di Napoli che hanno arrestato Alagie Touray, il 21enne gambiano, ritenuto pronto a commettere una strage nel capoluogo partenopeo.

Ha funzionato l'apparato investigativo, il controllo dei social, la rete di intelligence. Una struttura – temprata negli anni dalla lotta alle Br e al crimine organizzato -, che molto probabilmente ci ha consentito di evitare, per ora, che nel nostro Paese scorresse sangue a opera di terroristi islamici.

Le altre ragioni sono semplici ipotesi, ma che hanno un certo credito. La prima: in Italia c'è una situazione diversa rispetto alla Francia o all'Inghilterra. Non ci sono immigrati di seconda o terza generazione, magari mai inseriti nel contesto sociale e attratti dal richiamo dell'Isis. E non ci sono neppure le banlieu, quartieri ghetto delle periferie metropolitane francesi, spesso abitate solo da cittadini di origine araba a nordafricana.

La seconda ipotesi è di mera opportunità (per i terroristi). L'Italia rappresenta quasi sempre un passaggio obbligato per arrivare nel cuore dell'Europa, evitare di “incattivire” il nostro Paese, garantisce o almeno rende meno pericoloso questo “passaggio”.

Certo, quando ad agire è un “lupo solitario”, un giovane autoradicalizzato e che ha deciso di colpire senza avere contatti con organizzazioni terroristiche, c'è poco da fare. Bisogna solo sperare nella fortuna.

L'inchiesta della procura di Napoli sul tentato massacro è solo agli inizi. Il 21enne si difende, dice che non aveva nessuna intenzione di compiere attentati, che la sua adesione a Daesh era solo un gioco. Ma quelle sue tracce sul web potrebbero raccontare altro. Il giuramento all'Isis non sembra uno scherzo. E la richiesta di lanciarsi sulla folla con un'auto è arrivata davvero. La risposta: pregate per me sono in missione, non lascerebbe aperte interpretazioni molto diverse. Ma con chi stava comunicando su Telegram il giovane gambiano. Era davvero un combattente dello Stato Islamico? E se sì, da dove chattava? Dall'Italia o dall'estero. E' un reclutatore o un personaggio isolato? Ai magistrati si è limitato a dire: era un amico. Ma non avrebbe saputo fornire altri dettagli.

Per capire davvero cosa si nasconde – se si nasconde – dietro il 21enne arrestato, sarà necessario trovare almeno qualche risposta a queste domande.

Nel frattempo le forze dell'ordine hanno intensificato i controlli per evitare possibili attentati. Lo scorso anno la sterzata decisa.

I dati li fornisce il Ministero dell'Interno. Il Viminale ha espulso nel 2017, 105 persone per radicalizzazione e rischio terrorismo. L'anno prima erano stati 66. Trentasette sono stati invece gli estremisti costretti a lasciare il Paese per motivi religiosi (lo scorso anno 33).

In aumento – per le ragioni che abbiamo citato – il numero dei foreign fighters, gli italiani che hanno deciso di combattere tra le fila dell'Isis. I monitorai sono stati 129, nel 2016 erano 116.

IL timore di attentati con auto o camion ha fatto invece crescere e di molto il controllo sugli autoveicoli, si è passati da 19.653 a 65.878. Le persone controllate sono state 190.909 contro le 77.691 dell'anno precedente.

Numeri che contrastano con il netto calo complessivo dei migranti sbarcati in Italia nel 2017: 120mila. Lo scorso anno erano 180mila.

I controlli sono stati intensificati anche per un motivo preciso: con la fine del Califfato tra Siria e Iraq, il pericolo numero uno per l'intelligence europea è diventato quello dei “combattenti di ritorno”. Terroristi che hanno perso la guerra e potrebbero decidere di portarla sul nostro continente.