Ho visto al cinema "Le cose non dette" di Gabriele Muccino. Un film che affronta - o prova a farlo - temi differenti del nostro tempo (per la verità più quelli cari ai giovani adulti di un ventennio fa). Lungi da me dal volere infoltire la cospicua schiera dei volubili e seriosi critici cinematografici, mi piacerebbe qui riprendere alcuni argomenti che in quel lungometraggio sono affrontati o appena sfiorati.
Ovviamente a partire da quello ossessivamente dominante nei film del regista romano (eccetto che nelle sue due straordinarie e struggenti pellicole americane, "Alla ricerca della felicità" e "Sette anime): l'amore.
"Chi sono tutti quelli che nella terra di mezzo della loro vita si ostinano ancora a ribadire con inusitata forza e inflessibile pervicacia questo sentimento?" - sembra essere la prima cosa a cui Muccino prova a dare una risposta. Un quesito a cui il film non dà peraltro soluzione. Perché forse non c'è.
La società italiana e internazionale è profondamente mutata dopo il giro di boa del millennio, e ancora di più dopo la terribile e forse ancora irrisolta esperienza dell'infezione mondiale da Sars-Cov-2. Qualcosa si è alerato, o, dicendolo con le parole di un altro regista italiano, Paolo Sorrentino, "si è rotto". La coppia vive una realtà disfunzionata, personale e sociale, incerta tra il ripercorrere vecchi cliché sentimentali e il muoversi risolutamente verso una realtà più "moderna" e "liquida", in cui l'appropriazione affettiva dell'altro è limitata dall'incertezza globale dell'uomo e del suo dodecafonico futuro.
Muoversi ancora dentro il solco del puro principio del tradimento veteromeridionalista sembra un anacronismo più che un azzardo. Alzi la mano chi riconosce a sé stesso il valore di esempio e guida dentro un rapporto amoroso, non solo di coppia ma anche famigliare. Volendo a tutti i costi generalizzare (e anche un po' politicizzare) "l'amore ai tempi di Trump" sembra essere più ostentazione che sostanza, più atto di divulgazione che di partecipazione.
Anche per questo quello che emerge dal film è un mondo non più esistente, un archetipo di passione finito nello scantinato dei ricordi, in cui esiste ancora il dominante e il dominato, l'illusionista e l'illuso, l'ingannatore e l'ingannato. Stratificazioni e compiti che nei rapporti interpersonali del cuore attuale sembrano già essere stati delegati ad altri, dai social all'intelligenza artificiale, passando per la sovrastruttura fatua e assordante della "trasversalità" a tutti i costi.
Anche la mancanza deflagrante della genitorialità tanto sbandierata nel film, appare al giorno d'oggi più un vezzo che un fatto concreto, con giovani adulti sempre più bisognosi di "vivere" una realtà multitasking, alla ricerca acerba e ossessiva di una immagine di sé che appare più "lo scorrimento in senso orizzontale o verticale di un testo o di altro tipo di dati sullo schermo di un computer, determinato dall’ingresso di nuovo testo o di nuovi dati".
Ultima notazione, i giovani. È sempre più comune assimilarli alle canzoni rap o trap, come se quei versi sincopati e inconclusivi li rappresentino più dei vuoti che essi recano, spesso in luogo di ciò che prima era riempito solo dalle emozioni. Lasciamoli vivere, non imitiamoli, non facciamone dei salvatori o dei demoni, non perdoniamo loro tutto e non armiamo le loro mani, che a guardar bene sono le stesse che ci hanno cresciuti, puniti e accarezzati.
L'amore non finisce con noi né inizia con loro, semplicemente il suo tempo fluisce attraverso tutti. Perciò, non rimestiamo in putridi stagni, piuttosto guardiamo all'orizzonte con rinnovata speranza e sincera e autentica attesa. Sono altri gli ambiti in cui si giocherà il futuro amore, e le sue ragioni non dipenderanno da un dialogo taciuto, convulso o angusto. E ormai passato di moda.
