Il cuore "rotto" di un bambino ci ricorda di aver cura di noi

La drammatica storia di Domenico, il bimbo morto al Monaldi dopo il trapianto di un cuore "bruciato"

il cuore rotto di un bambino ci ricorda di aver cura di noi
Napoli.  

 Il cuore di un bambino, di poco più di due anni - l'organo che muove ogni cosa, sia metaforicamente che biologicamente - si è estinto in un'era glaciale, troppo glaciale, e non ha ripreso a battere. È rimasto freddo, immobile, indifferente alle grida d'aiuto di una madre, alle attese, neanche tanto spasmodiche, di un infante. La cornamusa di Culloden - l'incitamento alla rivolta e alla vita - ha suonato a vuoto. Nessuno è mai accorso per la pugna. Nessuno ha ceduto al bisogno di vittoria.

Nulla è progredito oltre l'attesa di un battito - il primo - che non è mai giunto. Tutto è rimasto a prima, quando le mani si torcevano nella (vana) speranza e il sogno di un futuro migliore governava le smorfie e i sorrisi che da sempre una madre dedica ai propri piccoli. Domenico alla fine ha ceduto, ha posato le armi e se n'è andato, a dispetto di chi avrebbe voluto che continuasse - a oltranza è dir poco - a fare, disfare, frenare, indugiare, combattere, rinunciare, e ancora combattere.

omenico - lo ribadisco - ha rinunciato. E poi per cosa. Per 300 grammi maltrattati di carne rossa e pulsante, che (lo sanno tutti) non dura per sempre, ma crede - più che in ogni altro luogo comune - al per sempre. Non chiedetemi chi non si è preso cura del bene tanto atteso: c'era una storia alle spalle vissuta, scontata, rigata da pianti e silenzi. Ora chi darà conto di ciò? E della provenienza di quel cuore vogliamo parlarne?

Un bambino di chissà dove, annegato, il passaggio annullato. Un cuore (ancora lui) battente, vedente, onnipresente. Ora fermiamoci, separiamo il sogno dalla realtà. Esiste il presente, per quanto atroce. Esiste la famiglia vecchia e la nuova, entrambe con gli occhi vuoti, senza orizzonti, ultima versione della resa. Non c'è assenza peggiore di chi si ama più di sé stessi.

Allora ritorniamo al primum movens, il cuore. Un bambino, una donna, un vecchio, un uomo formato, si svegliano in quattro posti diversi del mondo. Sapete qual è la cosa che li accomuna? Tutti e quattro chiedono che qualcuno abbia a cuore il loro cuore: le loro ansie, le loro paure, i loro bisogni, il loro amore (da dare e da ricevere), la loro vita, giusta, necessaria, fino al suo termine stabilito. Nessuno può dirci che quel tempo è stato anticipato, disatteso, riconteggiato, solo perché qualcuno ha commesso un errore, di valutazione, di attenzione o di calcolo, che importa. Resta il peso, il macigno che ha fermato la mano tesa, la forza diventata opprimente, infine fatale. Non può essere vero, però. Non per così poco  Nessuno ha questo diritto di superficialità, come se un padre dimenticasse di dire a un figlio che lo ama, che è là al suo fianco e ci rimarrà per sempre.

È questo che rende inaccettabile la prematura morte di Domenico. Non un errore medico, non un'accidentalità possibile nella consecutio degli eventi concitati che accompagnano l'espianto e l'impianto dello stesso cuore. Non era un materiale inerte. Non lo è mai quando fai questo lavoro. A nessuno è dato privarsi dell'onore delle dolenti parti in gioco. Nessuno, in cielo e in terra, può trasformare un atto d'amore in una brutale solitudine. E senza neanche una prova d'appello poi.