Dalle canzonette alle guerre di religione il passo è breve

Le pericolose e sconcertanti frasi di Aldo Cazzullo sulla canzone di Sal Da Vinci...

dalle canzonette alle guerre di religione il passo e breve

Non ci vuole nulla a finire con l’essere garante non di una classe, fosse pure di eletti, ma di una etnia

Napoli.  

È l’argomento, temo futile, del giorno. Ma anche questo conta. Anche questo, a suo modo, merita di essere raccontato. Aldo Cazzullo, il giornalista e scrittore assurto a furor di popolo — tenete a mente questo sostantivo, già pronto ad aggettivarsi — a narratore di storie televisive e teatrali, ha scritto qualche giorno fa, sullo storico e prestigioso Corriere della Sera, un pezzo  dai toni niente affatto scanzonati o scherzosi (come invece, a deflagrazione avvenuta, dichiarerà), in cui ha aspramente criticato la vittoria all’ultimo Festival di Sanremo del cantante napoletano Sal Da Vinci, al secolo Salvatore Michael Sorrentino, figlio di Mario, con la canzone Per sempre sì.

Il motivo del contendere, a detta dell’articolista albese, risiederebbe tutto nella bruttezza della canzone. In realtà la sua critica sembra celare qualcosa di più oscuro e complesso, allorché le attribuisce - con un inaspettato e poco acculturato triplo salto mortale - una disonorevole patente malavitosa. "Canzone da matrimonio della camorra", così l’ha definita Aldo Cazzullo, condendo questa “battuta” con una serie di argomentazioni a sostegno più fragili dei terreni argillosi in cui la nostra amata penisola sprofonda a ogni pioggia, tempesta o inondazione.

Neanche a me piace la canzone di Sal Da Vinci, ma non mi sono mai sognato di associarla al "male"; piuttosto al “bene” di un prodotto musicale ben fatto, ben confezionato e, per certi versi, anche più sincero di tanti altri presuntamente raffinati e dotti. Per non parlare della stragrande maggioranza - se non dell’interezza - di quelle persone in carne e ossa che, tra giuria popolare, radio e sala stampa, lo hanno votato e la cui fedina penale, sono certo, è del tutto immacolata. Come quella di Aldo Cazzullo. E dirò di più: la canzone del figlio d’arte partenopeo ha una tale leggerezza e una tale orecchiabilità che milioni e milioni di donne e uomini, da zero a cento anni, già la cantano e la ballano, e non solo in Italia. Perfino insieme. Felici. Ah già, la felicità.

Forse il sentimento più utile e necessario all’umanità per vivere a lungo. Lo dicono migliaia di studi scientifici, compresi quelli che hanno indagato il tema per quasi un secolo attraversando più generazioni. Essere felici, insieme, conta di più della dieta, dell’attività fisica e, perfino, della genetica. Sal Da Vinci c’è riuscito.

Dopo una canzone - Rossetto e caffè, che ha sbancato in mezzo mondo - e tredici, lo ripeto, tredici tentativi falliti di accedere con un suo brano a quel Gotha (si fa per dire) della musica nazionale che, nei suoi settantasei anni di vita, ha prodotto anche orrori inenarrabili, canzoni dimenticate un istante dopo essere state ascoltate e che, soprattutto, non hanno fatto sognare o ballare nessuno, neppure chi le ha interpretate. Qui però entra in gioco una parola che nel dibattito italiano viene spesso usata con superficialità: popolare.

Antonio Gramsci ricordava che il popolare non coincide con ciò che è rozzo o plebeo, ma con ciò che riesce a esprimere un sentimento collettivo e a farsi riconoscere da una comunità. E Pier Paolo Pasolini, con la sua consueta radicalità, ammoniva che disprezzare il popolo è spesso soltanto il modo più elegante con cui alcune élite difendono se stesse. Non mi interessa indagare se le esternazioni di Cazzullo nascondano cinismo, classismo, snobismo o addirittura razzismo. Preferisco concentrare l’attenzione su un aspetto del lavoro intellettuale, che sia giornalistico puro o divulgativo, e di cui Aldo Cazzullo aspira a essere un maestro.

Per raccontare storie - Piero e Alberto Angela ce lo hanno insegnato e continuano a insegnarcelo - occorre che l’autore abbia l’umiltà di star loro un passo indietro, non davanti, prepotentemente davanti, come se portasse il gonfalone di una verità o, addirittura, di un popolo. Il dottor Cazzullo lo sa bene. Perché imboccando questa strada, che ha l’acre sapore della casta, non ci vuole nulla a finire con l’essere garante non di una classe, fosse pure di eletti, ma di una etnia.