Del Napoli "resuscitato" al Maradona contro il Torino - rimesso in campo con maggior senso calcistico e voglia dal bravo Roberto D'Aversa - la cosa che mi è piaciuta di più, rispetto alla indegna figura rimediata al Bentegodi contro l'agonizzante Verona, è stata la voglia di far bene di tutta la squadra. Saranno stati i ritorni di Kevin De Bruyne e Frank "Zambo" Anguissa sulla panchina azzurra, il gol all'ultimo secondo di Big Rom Lukaku la settimana prima o solo il (giusto) desiderio di riscattarsi di un team che ha ancora sul petto lo scudetto d'Italia, resta il fatto che tutti sono sembrati spinti da una forza morale più che da un semplice afflato professionale.
A portare la bandiera del riscatto avvenuto, almeno nelle prime fasi di gioco (quasi a contrassegnarle con una scossa giovanile e benefica) è stato quell'Alisson Santos che Antonio Conte non smette di ricordarci che nello Sporting era "solo" una riserva, un subentrante, non si sa se a voler dare più importanza al potere rigenerante da lui avuto sul ragazzo o al non memorabile valore tecnico dello stesso.
Comunque sia la spensieratezza e l'allegria carioca dell'ala partenopea hanno dato i loro frutti, se pensate che l'unico a tirare in porta e a centrarla nella prima frazione di gioco è stato lui. Pur volendo lasciare stare i santi, sembra legittimo poter dire: "finalmente uno che segna, o almeno ci prova, alla Kvaratskhelia". Ne sarà di certo felice Enrico Fedele, che va chiedendo un calciatore così (ma non solo) per il Napoli da inizio stagione. Insomma, qualcosa si è mosso, anche se non può essere considerata ancora la rondine che farà primavera. Troppe verità sono ancora in gioco, e molte dipenderanno dagli esiti del campionato in corso.
Lo so è brutto dirlo, ma - come piace a chi più di me ama il rendiconto finale - è il freddo risultato l'unità di misura di un'attività. E il successo dello scorso anno, ottenuto con un gioco molto peggiore di quello mostrato in alcuni momenti quest'anno, è lì a testimoniarlo. È questo l'unico merito che do davvero ad Antonio Conte: aver provato perfino a rinnegare sé stesso pur di proporre - direi finalmente - un gioco più europeo e meno trapattoniano.
Non sempre c'è riuscito (da lì passa anche la batosta olandese), ma bisogna in tutta onestà riconoscergli che c'ha provato, a volte riuscendovi perfino (vedi la vittoria in Supercoppa). Alla fine, vedrete, avremo (mai come questa volta) tante verità per un solo incontrovertibile esito. Si spera felice per il Napoli. E per Napoli.
