Conta il pezzo di strada che ci accomuna, non se ci abbandona

Un'umanità spesso convulsa, a conti fatti, riscopre proprio nell'atto finale la sua parte migliore

conta il pezzo di strada che ci accomuna non se ci abbandona
Napoli.  

Ritorno all'esplorazione del centro, il cuore del percorso, il momento fatidico in cui capiamo e, a volte, ma non sempre, cambiamo. Quasi sempre troppo tardi. Io ho conosciuto quel momento, o forse sono stati più d'uno, anche se è forse nella natura umana percepirne uno su tutti. Il giorno in cui ho afferrato la fuggevolezza del vivere, come un fazzoletto di qualcun altro (del colore non chiedetemi) che mi è passato zigzagando davanti, retto e sospinto dal vento, e io, invece di lasciarmelo sfuggire, di farlo cadere mestamente nel vuoto, l'ho afferrato. E tenuto da allora con me.

Non che abbia capito la lezione (o, ancora, le lezioni). Quella o quelle che siano non si imparano mai. Sono sfuggenti, sempre, come quel fazzoletto. Impariamo e, per quanto mordano, dimentichiamo. Oltrepassiamo la relatività e sposiamo l'assoluto. Siamo noi quell'assoluto. La donna o l'uomo incapaci di fermarsi prima e, una volta accaduto l'irreparabile, inabili a smettere di rimpiangere, imprecare, vergognarsi. Mi chiedo: "È così misteriosa la natura umana da tornare ogni volta al suo punto di partenza, che lo abbia rimosso oppure se ne sia ricreduta? E già, perché sono due facce della stessa medaglia.

Ne volete una prova? Leggete la bellissima (e anche amarissima) lettera che la giornalista Francesca Barra ha inviato a Vanity Fair, raccontando il perché del brusco e imprevisto abbandono della trasmissione televisiva 4 di sera Weekend, che conduceva felicemente con Roberto Poletti. "La morte di mio padre richiede un passo indietro", ha scritto. E ha aggiunto: "Per tutta la vita sono stata come un polpo: questa volta no. Non riesco a perdonarmi di non aver trascorso con lui l'ultimo Natale perché lavoravo".

Quanti di noi se lo sono chiesto di fronte a momenti come questi? Quante volte abbiamo creduto che bastasse una telefonata, un saluto frettoloso, per sancire la perduranza di un legame, per quanto vitale e profondo? E quante volte siamo rimasti attoniti di fronte all'impossibilità di esercitare quello che credevamo fosse un diritto inalienabile, sancito per volontà divina?

La brava giornalista materana ha detto di voler "abitare il vuoto" lasciato dal suo amato padre nella casa avita, divenuta improvvisamente muta e incomprensibile alla voce dell'amore. Quello materno, dopo più di cinquant'anni di una convivenza tanto solida quanto impercettibile agli occhi di tutti, compresi quelli dei figli, ma non ai cuori avvinti dei due coniugi.
Chi sanerà ora la mutilazione avvenuta? Chi custodirà il pezzo mancante per restituirlo al mondo? Non certo la madre, condannata a un'impalpabile astrazione. A un dolce svanimento. Forse la figlia. L'amata figlia di un padre rimasto in attesa di una testimonianza del loro amore fino al momento del doloroso ma irrefrenabile addio. Che è giunto? Sì. "Sono arrivata in tempo per il suo ultimo respiro", quasi a voler sanare almeno un pezzo del rimpianto. Ricucire almeno una parte della ferita, perché facesse meno male, affinché perdesse meno sangue nei giorni futuri.
È questo lo specchio in cui tutti, prima o poi, ci guardiamo: innocenti o colpevoli, giusti o sbagliati, uniti o distinti, vicini o lontani. Ricordo ancora nitidamente il mio momento: l'addio a un padre riscoperto in età adulta e mai più abbandonato. Anch'io ero altrove, lontano. E proprio in un giorno in cui avremmo dovuto essere insieme. Anch'io mi sono prima colpevolizzato e poi assolto: "Lo ha voluto mio padre", mi sono detto. "Non ha voluto che lo vedessi morire così, lento e risoluto, come un sole che cala". "Mi sarebbe morto tra le braccia", ho aggiunto, "e lui, da padre, ha riservato ad altri, meno innamorati, questo dolore".
Come vedete, ognuno porta la sua colpa e la sua assoluzione. In me vivono ancora insieme, dopo ventisei anni, e forse per sempre. Come i genitori di Francesca: anche qui due facce della stessa medaglia. E anche di un'umanità spesso convulsa che, a conti fatti, riscopre proprio nell'atto finale la sua parte migliore: fragile e dolente, gelosa del bello come del brutto, emblemi entrambi dell'imperscrutabile fugacità dell'eterno vissuto.