Tragedia Rione Alto, un anno fa la strage degli operai: "Ora giustizia"

Ad un anno dalla morte di tre operai la richiesta di giustizia dei familiari

La lettera appello del figlio di Luigi Romano: "Oggi siamo qui per chiedere una condanna esemplare per i colpevoli"

Napoli.  

 

Il tempo nel Rione Alto sembra essersi fermato alle 9:40 del mattino del 25 luglio 2025. Un anno esatto è trascorso da quando in via San Giacomo dei Capri avvenne lo schianto di un montacarichi mobile, precipitato da un'altezza di oltre venti metri. A bordo c'erano Ciro Pierro, 62 anni, Luigi Romano 67anni, e Vincenzo Del Grosso, 54 anni. Tre lavoratori esperti, tre vite spezzate sul colpo al suolo in una calda giornata d'estate che avrebbe dovuto essere di normale routine manutentiva su una palazzina residenziale. Oggi, a dodici mesi di distanza dal dramma, il dolore dei familiari si incrocia con i primi e significativi passi compiuti dalla magistratura partenopea, gettando luce su un sistema dove la tutela della vita umana cede troppo spesso il passo alla fretta e al risparmio sui costi.

La catena delle negligenze nel verbale dei periti

Con la recente notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, giunta a inizio luglio 2026, la Procura di Napoli ha delineato un quadro accusatorio che trasforma la tragica fatalità in una prevedibile e cronaca di una morte annunciata. Il sostituto procuratore titolare dell'inchiesta ha individuato cinque figure a rischio processo con l'accusa di omicidio colposo plurimo aggravato. Le posizioni di garanzia violate riguardano l'intera filiera del cantiere: dal datore di lavoro Pasqualino De Rosa e Vincenzo Pietroluongo, ritenuti responsabili della carenza di formazione e controlli minimi, al coordinatore della sicurezza Gianluca Di Franco, fino al committente Luca Luciani e a Carlo Napolitano, titolare della società di noleggio del macchinario incriminato.

A sorreggere l'impianto dell'accusa sono i dettagli emersi dalla perizia tecnica disposta dai magistrati, il cui esito descrive un vero e proprio "collasso strutturale progressivo". Il cedimento del cestello non è stato l'esito di un imprevisto imprevedibile, bensì l'effetto finale di una drammatica catena di errori: un bullone dell'impalcatura che ha ceduto, altri elementi di serraggio fissati in modo approssimativo e un'assoluta assenza di verifiche preventive sulle attrezzature di sollevamento.

Il prezzo invisibile del lavoro nero e della mancata sicurezza

Le verifiche hanno confermato che due dei tre operai lavoravano completamente in nero, privi di contratti e delle tutele più elementari. A questo isolamento contrattuale si è aggiunta la mancanza dei Dispositivi di Protezione Individuale: al momento dell'impatto, nessuno degli operai indossava imbracature di trattenuta o caschi di protezione. Un'assenza di presidi di sicurezza che riflette una consuetudine tollerata e diffusa, dove la percezione del rischio viene colpevolmente annullata per accelerare i tempi d'esecuzione dei lavori.

Il grido per la giustizia e l'eredità di una ferita aperta

A un anno dal crollo, il luogo della tragedia è tornato a popolarsi per un momento di memoria e denuncia. I familiari delle tre vittime, affiancati dai propri legali e dal deputato Francesco Borrelli, si sono raccolti nel punto in cui il montacarichi si è schiantato per depositare fiori e dare lettura di un accorato appello indirizzato ai magistrati, letto ad alta voce dal figlio di Luigi Romano, una delle tre vittime. 

"Con la chiusura dell'indagine, la verità è finalmente venuta alla luce. Quello che è accaduto qui non è stato una fatalità o una tragica sfortuna, la perizia dei tecnici ha accettato le cause in modo chiaro, il crollo dei montacarichi  è avvenuto per una totale mancanza di manutenzione, gli operai sono caduti nel vuoto perché non avevano l'imbracatura di sicurezza e i sistemi di protezione, siamo difronte a un vero omicidio e chi doveva vigilare, chi doveva garantire la sicurezza e chi ha fatto lavorare quest'uomo in pessime condizioni e in nero, ha scelto di risparmiare sui costi, a discapito della vita umana. I responsabili hanno creato le condizioni precise perché questa tragedia accadesse. Ciro, Luigi e Vincenzo  sono morti perché stavano facendo il proprio dovere. Questo processo si apre con un fondamento solido grazie all'ottimo lavoro di indagine svolta dal pubblico ministero, che ha ricostruito con rigore e precisione ogni  responsabilità e ha accertato le colpe dei quattro indagati. Oggi siamo qui per chiedere una condanna esemplare per i colpevoli. Chiediamo giustizia vera per questi tre operai e per le loro famiglie che oggi vivono un dolore immenso e che hanno il pieno diritto di vedere punito chi ha tolto loro la vita e il futuro dei propri cari. Siamo qui per onorare la loro memoria, tre volti sorridenti e tre volti stroncati in dieci secondi". 

La richiesta delle famiglie non si limita alla condanna formale dei responsabili, ma esige tempi rapidi per il dibattimento affinché il processo non naufraghi nelle maglie della burocrazia. La tragedia del Rione Alto rimane una ferita aperta nel tessuto urbano napoletano, un monito doloroso sulla necessità inderogabile di considerare la sicurezza nei cantieri come un diritto inalienabile e non come un costo sacrificabile sull'altare dell'edilizia privata.