Nel nuovo gioco di società, «A quanto ammonta l’eredità?» dell’ultimo personaggio famoso appena scomparso e «Chi litigherà per accaparrarsi la fetta più cospicua, o almeno uno spicchio di benessere e notorietà?», a stridere è sempre l’individuo: la sua vita, le sue relazioni, la sua dignità. Vedrete, lo faranno anche con Emma Bonino. Anzi, probabilmente hanno già cominciato. Prima ancora che il silenzio abbia il tempo di comporsi intorno a chi non c’è più, arrivano le valutazioni, le indiscrezioni, gli inventari, gli immobili, i conti correnti, i testamenti veri o presunti. Il lutto diventa un rendiconto. La memoria, una divisione in quote.
Tutti spiano, imitano, invidiano, criticano, soppesano, sporcano. E si sporcano. Come se la morte di una persona nota concedesse a chiunque il diritto di rovistare nei suoi cassetti e persino nei sentimenti di chi le è sopravvissuto. La cronaca si trasforma così in un catasto dell’intimità: assegna un valore alle case, ai terreni, ai quadri e ai gioielli, ma non sa dare un prezzo a una carezza, a una rinuncia, a una parola pronunciata nel momento giusto.
Conta tutto ciò che si può dividere e trascura proprio ciò che, dividendosi, si moltiplica.
C’era una volta un mondo impegnato a cercare la propria identità sociale, culturale e personale. Veniva dalla guerra e da orrori indicibili e voleva a tutti i costi evitarne di nuovi. Ciascuno badava a sé stesso e ai propri cari e, nel farlo, aggiungeva mattoni solidi e duraturi alla nuova società. Anche chi faceva di tutto per cambiarla. Lo ricordo bene quel tempo. Si lavorava con una tenacia che non trova riscontro oggi. Ognuno si ritagliava il proprio angolo di paradiso, senza pretendere necessariamente di esibirlo agli altri. E, pur tra pene e sofferenze, il baricentro del vivere quotidiano - scapoli o ammogliati era l’amore. Non solo e non sempre quello di coppia.
C’erano i genitori. C’erano i figli. C’erano perfino - udite, udite - i nonni. Quando scompariranno gli ultimi che ancora abbiamo, quelli della generazione nata prima degli anni Sessanta, che ne sarà dei nipoti, orfani di un affetto esclusivo, gratuito e quasi sempre irreprensibile? Lo vedo con i miei figli, cresciuti, loro malgrado, senza. Un pezzo della loro emotività vive coartato, come se l’attenzione per alcune sfumature del mondo fosse venuta meno. E forse lo sarà per sempre.
Perché i nonni non trasmettono soltanto ricordi: consegnano un tempo diverso, insegnano la pazienza, la ripetizione, la cura senza scadenza. Sono la prova vivente che siamo esistiti già prima di noi stessi. È di queste eredità che dovremmo dare conto. Qualcosa che non impoverisce chi la riceve e non può essere impugnato davanti a un tribunale. Ci pensavo qualche giorno fa, al trigesimo di un caro amico, scomparso prematuramente a soli cinquantasette anni. Un uomo semplice, desideroso di migliorarsi e con un cuore inestimabile. Uno della polis. Un costruttore di legami. Un ponte fra persone di estrazioni, classi sociali e culture differenti, unite dall’essere riconosciute da quell’uomo e da lui poste al centro di uno stesso, immortale valore, etico prima ancora che materiale.
Nel corso della nostra amicizia non sono mancati gli abbracci, le parole di peso, i doni tangibili e gli atti compiuti per arrivare insieme il più lontano possibile. Ma il suo lascito non è costituito dai beni materiali che pure, con forza e capacità, era riuscito a conquistare. Il suo retaggio sono sua moglie, i suoi due figli e tutti coloro che lo hanno conosciuto e amato e che da lui, e insieme con lui, hanno appreso un pezzo della propria umanità. Non per dispute da telenovella, né per contendersi brandelli di vita, ma per custodire quanto ricevuto in dono e tramandarlo il più a lungo possibile.
Un proverbio napoletano dice: «Addó ce sta ’o bbene nun se more». Dove c’è il bene non si muore. “Bene”, nella nostra lingua, è una parola meravigliosamente ambigua: può indicare ciò che possediamo oppure ciò che proviamo. Ma soltanto uno dei due significati ci sopravvive davvero. Le proprietà cambiano padrone, il denaro si disperde, le case si vendono, gli oggetti finiscono in fondo a un armadio. Il bene dato, invece, continua a circolare anche quando non ricordiamo più da dove sia partito.
Riconosco all’amico vesuviano un esempio che oggi suona come un monito: costruire qualcosa con tenerezza e ardore e farlo immaginando che duri per sempre. Perché il “per sempre” è nelle persone che ci hanno amato. Anche soltanto rispettato. A volte basterebbe. Rendiamo allora immateriali le eredità, almeno nel modo in cui le raccontiamo. Prima di chiederci quanto abbia lasciato un uomo, domandiamoci che cosa abbia lasciato dentro gli altri. E se proprio non si riesce a fare a meno di apparire più che di essere, oltre ai quattro stracci da spartire si lasci sul tavolo almeno un fiore. D’amore, soltanto d’amore. Basterà per i padri, per le madri e perfino per i nonni. Che forse non avremo più.
