IL PIZZONE di Gerardo Casucci: Il giorno della (mezza) verità

Prima del Bologna solite frasi di circostanza, attestati di fedeltà e gli inviti alla pugna...

il pizzone di gerardo casucci il giorno della mezza verita
Napoli.  

E per la SSC Napoli venne il giorno della verità. Corrispondeva al 13 settembre dell’anno del Signore 2026. Gli azzurri ospitavano il Bologna: squadra un tantinello più in crisi di loro, con appena un punto in tre partite, una quadratura di gioco altrettanto lontana, una messe non meno cospicua di infortunati e un disamore della piazza parimenti in crescita.

Le ore che avevano preceduto la “cruciale” disfida erano state dominate, tra attori principali e semplici comparse, dalle solite frasi di circostanza, dagli attestati di fedeltà, dagli inviti alla pugna e dai richiami alle presunte e irreparabili conseguenze di un’altra sconfitta. Il direttore Manna aveva offerto il consueto contributo alla dotta discussione; qualcuno aveva parlato, più del solito, di “narrazione tossica”, manco si stesse vincendo con disonore; il tecnico, infine, aveva ricollocato i problemi fin lì emersi nella loro rassicurante e serafica dimensione.

Confesso di essermi sentito un po’ Giuda Iscariota e un po’ Forrest Gump, salvo poi ricordare una frase che, nel film, la madre era solita ripetere a quest’ultimo: «Stupido è chi lo stupido fa». Perché contano i fatti, non le presunzioni di valore o, al contrario, di colpa. Una squadra di calcio entra in campo e, in quello spazio di terra e nell’arco di tempo che definisce una partita, mostra i propri pregi e difetti, il proprio coraggio e la propria viltà.

Qualcuno dei tanti censori che si aggirano tra campo, giornali, televisioni e web mi elenchi dunque i pregi e il coraggio mostrati dagli azzurri prima di scendere in campo contro il Bologna: io mi cospargerò il capo di cenere, reciterò dieci Ave Maria e andrò a piedi al santuario di Pompei. Altra cosa sono le attenuanti, generiche più che comuni, purché la pletora di giustificatori, inquisitori e osannanti, prima o poi, confessi almeno il proprio errore e si ravveda.

Non restava che attendere: intorno alle venti avremmo avuto il responso. Certo, tre elementi sembravano sostenere la mia tesi: la risposta molto fredda del pubblico, quando non apertamente contestataria; il silenzio ecumenico, quasi andreottiano, del patron; la presenza di Raffaele Palladino allo stadio Maradona in occasione dell’indecorosa partita persa contro l’Arsenal. Se questi tre indizi non avessero costituito una prova, allora il Napoli avrebbe certamente veleggiato, da quel momento in poi, verso un radioso futuro. E chissà che qualche pazzo non avrebbe finito perfino per riconoscere a Frank Zambo Anguissa i sei milioni di euro che chiedeva per rinnovare.