Le macchine pensano? E se pensano, come pensano? E soprattutto, che cosa resta all'uomo quando le macchine imparano a fare ciò che per millenni abbiamo considerato una sua prerogativa esclusiva? Sono domande che attraversano il nostro tempo, accompagnando l'irruzione dell'intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Ma forse, come spesso accade, stiamo cercando le risposte alle domande sbagliate.
In un bellissimo articolo pubblicato il 21 ottobre su Domani, Federico Leoni chiama in causa un interlocutore inatteso: Karl Marx. Il filosofo che assistette alla prima grande invasione delle macchine nelle fabbriche europee avrebbe probabilmente considerato oziosa la disputa sulla loro intelligenza. Perché il pensiero, nella prospettiva materialistica che Leoni ricostruisce, non è separabile dalla materia e dalle relazioni che la organizzano.
La questione diventa allora un'altra: non quanto siano intelligenti le macchine, ma quanto trasformino l'intelligenza, il lavoro e la vita degli uomini. Ieri assorbivano gesti, competenze, fatica. Oggi assorbono dati, conoscenze, linguaggi, perfino frammenti delle nostre biografie. E restituiscono un mondo riorganizzato secondo logiche che non sempre comprendiamo e ancor meno governiamo.
Chi ne uscirà rafforzato? Chi impoverito? Chi sarà più libero e chi più dipendente? Tre giorni prima, il 17 ottobre, al NOI Techpark di Bolzano, Federico Faggin, uno dei padri della rivoluzione informatica, aveva affrontato lo stesso problema da una prospettiva apparentemente opposta. «L'uomo non è un algoritmo», ha dichiarato, rivendicando l'irriducibilità della coscienza umana a una sequenza di operazioni matematiche.
L'uomo possiede un'interiorità, un'esperienza soggettiva, una dimensione spirituale che, secondo Faggin, nessuna macchina può riprodurre. È una visione filosofica affascinante, benché non costituisca una dimostrazione scientifica dell'impossibilità di una coscienza artificiale. Ma il punto più importante del suo ragionamento è forse un altro: «L'etica non è un algoritmo».
Leoni e Faggin sembrano procedere in direzioni contrarie. Il primo ci invita a superare l'ossessione per la differenza fra uomo e macchina, il secondo a riconoscerne la radicalità. Eppure entrambi finiscono per riportarci alla medesima responsabilità: decidere che cosa fare della nostra intelligenza e del potere che essa produce. Qualche giorno fa, in una Lectio Magistralis a Sarnico dedicata all'umanesimo della cura, ho provato ad affrontare un problema non troppo diverso. La medicina dispone oggi di strumenti straordinari per conoscere la malattia, prevederne l'evoluzione, personalizzarne il trattamento. Ma conoscere sempre meglio la malattia non significa necessariamente conoscere meglio il malato.
Ho sostenuto che il paziente non è soltanto l'oggetto della cura: ne è il soggetto e dovrebbe esserne anche uno degli autori. È qui che l'umanesimo si distingue dalla semplice umanizzazione: non basta rendere più gentile una tecnologia, occorre riconoscere nell'altro un'autorevolezza, una libertà, una dignità che nessuna elaborazione di dati può sostituire.
Il parallelismo con l'intelligenza artificiale è evidente. Non dobbiamo soltanto chiederci se una macchina saprà curare, scrivere, giudicare o decidere meglio di noi. Dobbiamo domandarci quale posto resterà alla persona nei processi che affideremo alle macchine. E quale responsabilità saremo ancora disposti ad assumerci.
Ma c'è un'ultima questione, forse la più scomoda. Continuiamo a rivendicare il primato umano appellandoci alla coscienza, alla libertà, all'amore, alla capacità di distinguere il bene dal male. E tuttavia siamo noi, non le macchine, ad avere inventato guerre, dittature, persecuzioni e iniquità. Siamo noi ad aver trasformato tante volte l'intelligenza in sopraffazione e il progresso in distruzione.
Forse, allora, il vero pericolo non è che le macchine diventino troppo simili agli uomini. È che gli uomini si accontentino di essere diversi dalle macchine senza preoccuparsi di essere migliori. Perché essere uomini è una condizione biologica. Essere umani è una conquista morale. E il nostro primato, prima ancora di difenderlo, dovremmo imparare a meritarlo.
