«Tanto qua nessuno si pente!». Pm minacciato in aula

Urla dalle gabbie nell'aule bunker: l'ira della paranza dei bambini

Napoli.  

«E tanto qua nessuno si pente». Grida, cori dalle gabbie. Sono loro i baby boss a lanciare invettive e insulti mentre il giudice legge il verdetto di condanna per i 15 imputati legati al gruppo Sibillo. In pochi secondi è panico e volano insulti e minacce sempre più esplicite all’indirizzo del pm Henry John Woodcock nell'aula bunker. Sono in gabbia. Poco più che ragazzini ma spietati e feroci. E' esplosa alle 14.45 del pomeriggio, nell’aula bunker di Poggioreale l’ira della “paranza dei bambini”. Resteranno in cella per un bel pò. Per questo gridano dalle gabbie. Il gup Piccirillo ha chiesto l’identificazione dei responsabili, i poliziotti hanno preparato una relazione che farà i nomi. Ma il pm è tranquillo è dice: comprensibile reazione di chi ha riportato pene severe. Proprio negli stessi minuti, all’esterno del carcere, pianti e commenti esplodono tra i parenti che apprendono delle condanne. Pasquale Sibillo detto Lino, colui che avrebbe preso la gestione del clan dopo la morte del fratello Emanuele ucciso in un agguato nel luglio di un anno fa, è condannato a 10 anni di reclusione a fronte dei sei chiesti dall’accusa, e 12 anni di carcere sono inflitti al padre Vincenzo. La condanna più alta - 16 anni di carcere - è decisa per Antonio Esposito e Francesco Frenna: quest’ultimo nell’inchiesta è intercettato mentre si occupa di procurare la cocaina ai Sibillo acquistandola in Calabria a 42mila euro al chilo o al più vicino Parco verde di Caivano a 55mila euro. 

L'elenco delle condanne prosegue poi con i dieci anni di carcere per Salvatore Cedola, ritenuto un fedelissimo della cosiddetta «paranza dei bambini». 

 Condanna a 12 anni per Luigi De Crescenzo che gli inquirenti indicano come il gestore dello spaccio in piazza Bellini. Il verdetto è di condanna anche per un’intera famiglia, marito, moglie e figli, tutti coinvolti nello spaccio, affare da gestire tra parenti: a 12 anni di reclusione sono condannati Gennaro Riccio e la moglie Anna D’Avolio, 14 anni e 4 mesi sono decisi per il figlio Alessandro Riccio e al fratello Ilario Riccio.