Ragazzo ucciso dalla polizia, ecco la ricostruzione

Il tentativo di rapina, l’intervento dei Falchi, gli spari e la morte

ragazzo ucciso dalla polizia ecco la ricostruzione
Napoli.  

Un sabato notte che sta per finire, un’ultima chiacchiera sotto cosa in macchina prima di ritirarsi. Sono le 4:30 le strade sono ormai quasi deserte. Poi da un sabato notte normale si passa al terrore, all’incubo. I fari di uno scooter che si affianca all’auto. Due giovani in sella, uno è armato di una pistola che punta verso l’auto fin dentro al finestrino e minaccia i tre giovani. Vogliono l’auto. Sul posto, quasi contemporaneamente, arriva una pattuglia di agenti dei 'Falchi', a bordo di un'auto civetta.

Si accorgono di ciò che sta accadendo, dei tre ragazzi minacciati con una pistola, dello scooter con in sella il rapinatore armato. 

Scatta l'intervento dei poliziotti. E qui dovrà essere l'indagine della Procura di Napoli a dover far luce su tutti gli aspetti. Sta di fatto che uno dei poliziotti spara. Il giovane con la pistola. che successivamente si rivelerà essere una 'replica', muore sul colpo. 

Era un 17enne, prossimamente maggiorenne, già noto alle forze dell'ordine, il padre agli arresti domiciliari. Il complice, poco più grande, 18 anni, viene bloccato. 

Si scoprirà che è il figlio di Gennaro De Tommaso, meglio noto come 'Genny la carogna' che divenne 'celebre' per essere stato ripreso dalle telecamere nello stadio Olimpico la sera del 3 maggio 2014, mentre 'calmava' la curva azzurra dopo gli scontri in cui fu ferito gravemente a Roma il tifoso del Napoli Ciro Esposito, morto poi 53 giorni dopo in ospedale.

Sui punti oscuri della vicenda potrà fare luce l'indagine con quanto dichiareranno il poliziotto che ha sparato e quelli che stavano in auto con lui, gli accertamenti balistici e la versione che darà il complice della vittima.

Il ragazzo di 17 anni ucciso era stato affidato ad una "comunità per minori" di Torre Annunziata gestita dai Padri Salesiani, per un anno e mezzo, fino al 7 luglio, prima in misura cautelare e poi per la "messa alla prova". 

Lo ricorda il sacerdote Don Antonio Carbone, che ne tratteggia una personalità diversa da quella di un delinquente comune.

"Luigi non era solo un ragazzo che alle 4 di notte ha tentato una rapina impugnando una pistola vita. Lo ricordo quando con tanto sacrificio volle imparare il mestiere del pizzaiolo, lo ricordo quando durante i mesi di lockdown tre giorni a settimana, insieme ad altri ragazzi preparava le pizze da portare a famiglie disagiate, lo ricordo piangere perché in quei mesi non poteva vedere la sua famiglia, lo ricordo la domenica a messa con sguardo rivolto verso il basso quando durante l'omelia si parlava di vita bella alla quale ci chiama Gesù più che di bella vita o malavita".

L' ultimo incontro con il ragazzo - afferma il padre salesiano - " 10 giorni fa, dove mi dicevi con sguardo poco convinto don Anto' tutto bene...".