Medici in piazza contro la Legge Benigni: "Così si uccide la sanità"

Parte da Napoli la protesta dei camici bianchi contro la proposta che impone il "ruolo unico"

medici in piazza contro la legge benigni cosi si uccide la sanita

Riforma medici di base: perché la Legge Benigni fa paura

Napoli.  

Non è solo una questione di turni o di ore da timbrare, ma una battaglia per l'identità stessa della professione medica. Il sit-in organizzato dallo Sindacato Medici Italiani (SMI) in via Verdi a Napoli non rappresenta soltanto una protesta di categoria, ma il sintomo di una frattura profonda tra la programmazione politica nazionale e la realtà quotidiana degli ambulatori.

l centro della contesa c'è la proposta di legge n. 2218/2026, a prima firma dell'onorevole Francesco Benigni, un testo che promette di rivoluzionare il territorio ma che, secondo chi la medicina la pratica sul campo, rischia di trasformarsi in una "pietra tombale" sul rapporto di fiducia tra dottore e assistito.

Venti ore di studio e 18 ore nelle case di comunità

Il cuore del dissenso risiede nella rigida ripartizione oraria che la riforma vorrebbe imporre: un "ruolo unico" che costringe il professionista a dividersi tra venti ore nel proprio studio e ben diciotto ore all'interno delle nascenti Case di Comunità. Questa struttura, concepita sulla carta per potenziare l'assistenza territoriale prevista dal PNRR, viene percepita dai sindacati come un "ibrido burocratico" pericoloso.

Secondo Giovanni Senese, Segretario Regionale SMI Campania, questa visione ignora totalmente il volume di lavoro invisibile, quel "back office" fatto di analisi clinica, aggiornamento delle terapie e assistenza domiciliare che non può essere compresso in una tabella oraria da impiegato.

L'argomentazione dei medici è serrata: "Trasformare il medico di medicina generale in una figura che presta servizio orario presso strutture ASL significa snaturare la continuità assistenziale - spiega il segretario Senese - Se il medico deve "scappare" dal proprio studio per coprire turni altrove, il paziente perde il suo unico punto di riferimento costante, trovandosi davanti a un sistema di prestazioni impersonali" . 

Una privatizzazione di fatto della sanità territoriale 

Questo scenario secondo i meidic che protestano apre la porta a un rischio ancora più grave: la privatizzazione di fatto. Come sottolineato dai rappresentanti sindacali della ASL Napoli 1 e Napoli 2 Nord, quando il cittadino non troverà più il proprio medico di fiducia disponibile, sarà inevitabilmente spinto a cercare risposte nel settore privato, anche per patologie lievi.

La grave carenza di medici in Campania e le rinunce dei giovani 

La crisi è già visibile nei numeri della carenza di organico. In Campania, le assegnazioni dei nuovi medici vanno deserte a ritmi preoccupanti; a Napoli centro, su cinque posti disponibili, nessuno è stato accettato. I giovani medici, spiegano i manifestanti, fuggono da una professione che è diventata sempre più un "centro servizi" per l'amministrazione sanitaria e sempre meno un'attività clinica. La Legge Benigni, imponendo ulteriori oneri burocratici e spostamenti logistici, non farebbe che accelerare questa fuga, rendendo la carriera del medico di base sempre meno attrattiva rispetto ad altre specializzazioni.

In questo contesto, la protesta di Napoli assume i toni di una difesa dello Stato sociale. I medici chiedono che, se la politica intende davvero puntare sulle Case di Comunità, lo faccia con investimenti strutturali e non "sulla pelle" dei professionisti convenzionati, che oggi operano come liberi professionisti ma con obblighi da dipendenti. La richiesta che sale dalla piazza è chiara: fermare una riforma definita "impropria" per tornare a discutere di come rimettere la diagnosi e la cura, e non la semplice ricetta, al centro del sistema sanitario nazionale. Se il dialogo non dovesse riaprirsi, il timore è che l'anno prossimo non ci siano più medici negli ambulatori, lasciando i cittadini soli davanti a un sistema sanitario sempre più frammentato e inaccessibile.